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Venti nucleari

Finalmente, il dado è tratto, ed è uscito il numero quattro.

Quattro nuovissime centrali nucleari che saranno inaugurate – la prima, beninteso – nel 2020. Perciò…se avete figli piccoli, promettete loro: «Per il tuo diciottesimo compleanno, quando avrai preso la patente, papà e mamma ti porteranno a vedere il primo avvio della prima centrale nucleare italiana.» Almeno loro, saranno soddisfatti.

Se vi domanderanno dove sarà, glissate, chiedete notizie della scuola o della festa di compleanno: se ancora insistono, per disorientarli, domandate loro se in Nuova Zelanda la gente cammina a testa in giù. Funziona: garantito.

Sì, perché non potreste dire loro che dovrebbero essere costruite in località off-limits, circondate da cannoni anticarro e contraerea, e sarà necessario un pass soltanto per transitare a dieci chilometri dal sito. Tanto, non capirebbero e chiederebbero: «Perché, se è una cosa bella, non ci possiamo andare già Domenica?».

 

Se fossimo cattivi ed ingenui potremmo continuare con questo tono, ma siamo certi che il lettore sarebbe tediato da una sfilza di ragioni (che potrebbe trovare facilmente su innumerevoli siti qualificati) per le quali le centrali nucleari italiane sono una ciofeca incommensurabile. Faremo presto: le scorie, la sicurezza, il prezzo e la scarsità d’Uranio, i costi astronomici, l’interminabile fase di costruzione, la fine della “cuccagna” derivante dall’Uranio proveniente dalle testate dimesse per gli accordi Salt, il problema energetico italiano che viene, così, accoppiato a quello francese…e potremmo continuare, ma oggi non siamo ingenui, solo cattivi. Di più: ci ha già pensato Ugo Bardi[1] a smontare l’ennesima boutade berlusconiana.

 

Quando siamo cattivi, però, iniziamo col domandarci perché abbiamo così bisogno di questi quattro macinini ad Uranio, e perché non è stata costruita nessuna centrale solare termodinamica (pronto? Priolo Gargallo? C’è qualcuno? Non doveva essere per il 2009? La Spagna ne sta costruendo 28!) o perché l’Italia non abbia ancora – a fronte delle 23 installazione attive in Europa e delle 20 in costruzione – un vero campo eolico off-shore, ossia in mare.

Fin qui, siamo ancora molto ingenui ed anche un poco retorici, ma aspettate. Sì, perché l’Italia il suo primo campo eolico off-shore lo avrebbe da tempo…se…se…se…

E’ questa una storia interessante da raccontare, perché ci sono anime buone, traffici non proprio belli – anzi, decisamente brutti – e tanti, tanti cattivoni. Una premessa: la storia iniziò quando ancora regnava Prodi e termina con Berlusconi, pressappoco fra il 2006 ed il 2008. Cominciamo.

 

C’era una volta un principe milanese[2] che voleva costruire la prima centrale eolica off-shore in Italia: munito di strumenti adatti e molto denaro, voleva installarla al largo di Termoli e Vasto, sulla costa molisana. Sì, proprio là dove fanno quella buona pasta.

L’impianto doveva essere costituito da 54 aerogeneratori da 3 MW di potenza ciascuno, per una potenza complessiva di 162 MW ed una produzione (stimata sulle mappe eoliche del CESI) che avrebbero soddisfatto la domanda d’energia elettrica per 120.000 famiglie: mica da buttare.

La prima curiosità che avrà il lettore sarà quel misterioso “CESI”: niente paura, si tratta solo dell’ente che sta stendendo – e via via migliorando – il primo “atlante” delle risorse eoliche italiane. E’, in pratica, una società mista, pubblico/privata, con l’ENEA che detiene il 51% del capitale. Cosa dicono queste mappe?

Raccontano una realtà assai triste per i bollitori d’atomi e per gli alchimisti del carbone “pulito” (ma, avete mai incontrato qualcosa di più sporco del carbone? Sì, lo so, ma è difficile bruciarla in centrale, meglio farla fermentare per produrre metano): dicono semplicemente che – a volerlo cercare – il vento per far girare i mulini, in Italia, c’è ed è pure corposo.

Dov’è? Principalmente in mare, proprio là dove nessuno può vedere gli aerogeneratori e non può, quindi, lamentarsi perché “distruggono” il paesaggio.

E’ un segreto gelosamente custodito? No, è pubblico e tutti possiamo accedervi dal Web[3].

La mappa fornisce la velocità del vento a varie altezze ed altri dati: con la grafica ed i colori, è così chiara che può consultarla anche un bambino.

Le aree più interessanti sono tre: la costa meridionale Adriatica, il Canale di Sicilia ed il Sud della Sardegna, proprio nei pressi del famoso Capo Teulada, quello che le nostre navi da guerra si divertono – da secoli – a demolire a cannonate. A nostre spese.

 

Dobbiamo precisare che lo sviluppo dell’eolico avanza con gli stivali delle sette leghe e già, in Norvegia, stanno sperimentando aerogeneratori (5 MW l’uno) che non poggiano più sul fondale, bensì “fluttuano” assicurati a tre ancore[4]. Le soluzioni sono parecchie: dall’aerogeneratore ancorato direttamente al fondale alla piattaforma eolica: quindi, già oggi, anche aree più distanti dalle coste sono fruibili.

Problemi per la navigazione? Nessuno, perché sono adeguatamente segnalati (riflessione radar, sistemi ottici, acustici, ecc) e poi, con quello sviluppo in altezza, anche un radar comprato per pochi dollari sulle bancarelle ad Hong Kong li “becca”. Alla faccia del clutter[5].

Problemi per la pesca? Sì, forse qualche limitazione ma, se non creiamo delle aree di ripopolamento, è inutile lamentarsi del prezzo del gasolio per i pescherecci: è il pesce che manca. Al punto che il 40% del pesce che consumiamo è già d’allevamento: i campi eolici off-shore sarebbero un bell’incentivo per iniziare a meditare sul ripopolamento ittico.

Per il turismo? Se prendete il largo da Termoli senza radar, in una giornata nebbiosa, senza carte nautiche né GPS, e pretendete pure d’andare in Croazia…beh, lasciatevelo dire: sareste morti ugualmente, perché siate fessi.

Se, invece, scendete in spiaggia e all’orizzonte scorgete nel baluginare della nebbia estiva qualcosa che si muove – ma non riuscite a distinguere se è l’Olandese Volante o l’omino della Michelin – e vi scappa «Ecco: quei maledetti m’hanno rovinato la giornata! Non tornerò mai più qui!» la sentenza è ancora peggiore, perché non potete essere che Vittorio Sgarbi. Lo so, è dura.

 

Forte di queste premesse, il nostro principe meneghino s’appressò alli Bruzzi e presentò la regolare domanda (con ampia documentazione) alla regione Molise, che un tempo era una dipendenza delli Bruzzi.

Apriti cielo!

Il Presidente di quella Regione – tale Michele Iorio – andò in bestia: come, a questi nordisti ancora non basta averci colonizzati, vogliono pure la nostra aria? Bello vero? Quasi convince.

 

Dobbiamo – abbiamo premesso che oggi ci sentiamo cattivi – aprire una parentesi su questo personaggio, il tal Iorio Presidente, perché non è solo un uomo politico, è un personaggio da Bagaglino.

Basti pensare che il tizio ha infarcito la sanità molisana (soffocata dai debiti) di parenti ed amici oltre qualsiasi decenza[6]:

 

Nicola Iorio (fratello): primario di Neurofisiopatologia all’ospedale “Veneziale” di Isernia.

Rosa Iorio (sorella): direttrice del distretto sanitario regionale di Isernia.

Sergio Tartaglione (cognato): primario di Psichiatria al “Veneziale” e presidente dell'Ordine dei Medici di Isernia.

Luca Iorio (figlio): medico chirurgo al “Veneziale”.

Vincenzo Bizzarro (cugino): ex direttore del distretto sanitario regionale di Isernia, oggi consigliere regionale di Forza Italia.

Luciana De Cola (moglie del cugino): vice direttrice sanitaria al “Veneziale”.

Raffaele Iorio (figlio): direttore medico al centro medico privato (Hyppocrates), convenzionato (ovviamente!) con la Regione.

Davide Iorio (figlio): lavora per una multinazionale estera che svolge – guarda a caso – consulenze per la Regione Molise.

Giovanna Bizzarro (cugina): funzionaria della Regione Molise.

Paolo Carnevale (cognato): direttore dell’Azienda Regionale per la Protezione Ambientale di Isernia.

 

Per gli “amici” si va da Ulisse Di Giacomo, primario del reparto di Cardiologia, senatore e coordinatore regionale di Forza Italia e, scendendo per importanza, fino a Giuseppe Scarlatelli, figlio del suo portavoce, assunto negli uffici del distretto sanitario di Termoli con l'incarico di “correttore di bozze” del giornalino (!) dell'ente.

 

Michele Iorio non è solo un uomo politico…è una famiglia politica, no, ci sbagliamo…non troviamo le parole…ecco: è una “Trimurti” politica, elevata però al cubo.

 

Questi sono i “difensori” del “vento molisano”, ma troveremo delle sorprese.

Per difendersi dal meneghino invasore, vengono erette in fretta e furia difese e barricate ed è subito chiamata in causa la Territoriale Armata Rivoluzionaria. Il TAR del Molise dà ovviamente ragione a patron Iorio, ma non s’aspetta che il Consiglio di Stato cassi quella sentenza[7], motivando che le istituzioni delegate alla Cultura ed al Turismo (in primis il Ministero) non hanno titolo per fermare il progetto.

La sentenza getta fuori dalla mischia Francesco Rutelli, il quale – nella famosa puntata di “Annozero” dedicata all’energia (quella con Rubbia che cercava di balbettare qualcosa ai politici) – aveva rassicurato d’aver già provveduto a fermare l’eolico in altre parti d’Italia (c’è la registrazione, attenti…). Che fare?

 

Un impianto off-shore produce sì energia elettrica in mare, ma deve portarla a terra per convogliarla nella rete di distribuzione: un semplice cavo sottomarino, mica roba da fantascienza. Però, però…

Ecco un appiglio per fermare il “mostro”: noi non concediamo l’attraversamento del Molise ai cavi del meneghino…questione di permessi, carte bollate, infiniti bastoni fra le ruote…oh, saremo padroni a casa nostra?

Qui c’è il colpo di scena, che – mi rendo conto – getterà nello sconforto chi ancora crede esista un barlume d’opposizione: si schierano, compatte ed unite sulle coste molisane, la 7° Panzerdivisionen “Von Iorien” (Forza Italia) ed il 10° Royal Tank Regiment “The Black Mount Peter’s” (IDV) che prendono posizione a difesa del Vallo di Termoli. Alla faccia di Prodi, Pecoraio Scannato e verdicchi tutti, il buon Di Pietro s’affianca al governatore di Forza Italia. Kamarad e Tommies uniti nella lotta: fosse una novità.

La bagarre “molisana” avviene nella primavera del 2007, e ci sono delle “chicche” da avanspettacolo, come “l’incontro” che il consigliere provinciale Cristiano di Pietro ottiene dal Ministro delle Attività Produttive. In pratica, va a trovare papà a Roma e poi sentenzia ed emette comunicati.

 

Il buon “papà” così si giustifica[8]:

«Si tratta di un progetto nato più nel sottoscala che nelle sedi opportune…Non sono stati coinvolti né gli enti locali, né la popolazione…In ogni caso, poiché la procedura autorizzativa non investe il mio ministero, ma quello dei Trasporti, mi sono già messo in contatto col collega Bianchi.»

Traduzione dal politichese: siccome non sono passati dalla mia anticamera, nisba. Vorremmo sapere come la mette con il suo compare Grillo, l’alfiere delle rinnovabili.

 

Siccome il Vallo di Termoli è invalicabile, e non vale la pena sbarcare in una fortificata Calais quando puoi farlo in Normandia, il meneghino compie una riflessione: se il Molise è impraticabile, non si potrà sbarcare in Abruzzo?

La costa abruzzese dista soltanto pochi chilometri in più: per un elettrodotto sottomarino non fa quasi differenza.

Di più: in Abruzzo, regna Ottaviano della Sublime Porta, il quale non ha mai mostrato repulsioni per i mulini a vento, al punto di volerne piazzare addirittura qualcuno nel suo paesello, Collelongo, dove ha già “benedetto” un impianto fotovoltaico.

Il Turco, però, sa – da quando mondo è mondo – che deve vedersela con Greci e Persiani. I primi stanno a Roma, l’odiato ex PM di Mani Pulite ora Ministro delle Attività Produttive, i secondi ce li ha addirittura in casa, nella persona di Alessandro Ciciani, il figlio di sua sorella, il quale (Forza Italia) guida un comitato anti-aerogeneratori proprio a Collelongo, il suo comune di residenza[9].

 

Quindi, il buon Ottaviano – che già si ritrova una serpe in seno – deve vedersela anche con il (suo) ministro dei Lavori Pubblici, il quale impera a Roma e pure nella molisana.

Il quadro – ci rendiamo conto – si complica assai: il (buon?) Rutelli (Ministro della Cultura e del Turismo) nella parte di Ponzio Pilato – l’imperatore Tiberio (Consiglio di Stato) m’ordina di non intervenire! Bacinellaaaa…– il perfido Di Pietro nelle vesti di Richelieu, Ottaviano chi è? Potremmo chiedere aiuto ad Alexandre Dumas padre, perché questa è una storia di cappa e spada. Ci sarà anche una bionda milady? No, bionda no, nera: con i capelli lunghi e gli orecchini alla zingara. Così va meglio.

Dalle Tuileries, Ottaviano scorge l’antico nemico, spauracchio d’ogni socialista, che ancora una volta si mette di traverso e conta di fargliela pagare. Oh, parbleu, maledetto des Pierres: assaggerai la mia lama!

 

Ecco, allora, l’affondo: se il Molise non concede, noi potremmo…

 

Il tempo scorre, il meneghino aspetta una missiva ma…casualmente…ecco – estate 2008 – scoppiare il “caso” Del Turco, ossia la scoperta che Ottaviano imperava sulla sanità abruzzese, e la sua Guardia Pretoria esigeva assi e sesterzi da ogni buon cerusico.

Ciò che stupisce, è la veemenza che viene usata nei confronti del Proconsole dei Bruzzi: oh, un mese d’arresto, mentre Previti (condanna definitiva) s’è fatto cinque giorni. Ci sono sempre, ovviamente, due pesi e due misure ma, nel caso di del Turco, sembra quasi di rivedere la “mano”  d’altri tempi, quando l’Uomo del Monte (Nero) regnava al Palazzo di Giustizia di Milano.

Ovviamente, non sappiamo se Del Turco abbia acchiappato soldi oppure no – la consuetudine oramai consolidata “all’acchiappo” farebbe pensare di sì – ma non possiamo affermarlo con certezza.

 

Ciò che stride, in questa vicenda, è quella che potremmo definire quasi “urgenza”. Si potrà affermare che Berlusconi volesse mettere le mani sui Bruzzi, ma non ci sembra questa una priorità per la sua azione di governo.

Siccome la sanità è oramai il “buco nero” del bilancio italiano – e tutti, destra e sinistra, la usano come serbatoio di soldi e voti – Berluska correva pure un rischio: quello di vedersi resa la pariglia da qualche altra parte. Si sa: il “terzo potere” è bipartisan, con un occhio sempre attento alle “riforme” che possano togliere loro stipendi da nababbi e privilegi.

Un’azione così violenta, nel panorama politico italiano, deve avere “sotto” potenti e pressanti giustificazioni: se fossimo cattivi ed ingenui, potremmo credere ad un “vigoroso” interessamento per i Bruzzi da parte del Falso Pelato, ma oggi siamo solo cattivi ed abbiamo bandito ogni ingenuità. Al più, concediamo l’adagio di “prendere due piccioni con una sola fava”.

 

Ovviamente, tutto è concluso: i meneghini sono tornati a bere l’aperitivo sotto il Duomo, Iorio continua ad infilare parenti ed amici nella sanità molisana e Di Pietro cerca sempre nuovi mezzi per rimanere sull’onda. Se non aver fermato definitivamente la società “Ponte sullo Stretto”, quando era ministro, fu spiegato con una penale da pagare (tutto da verificare), i gran sostenitori del Pietruzzo Nazionale dovrebbero spiegare come mai il Masaniello di Bisaccia finì per schierarsi, nella vicenda, con Berlusconi, Iorio, l’ENI, l’ENEL e con il loro araldo, un tizio di nome Vittorio Sgarbi, del quale una collega di partito – Letizia Moratti – affermò che nei confronti del suo (ex) assessore alla cultura doveva giocare un duplice ruolo, “quello di sindaco e di psicoterapeuta”.

Sarebbe troppo chiedere a Pietruzzo perché infilò nelle liste dell’IDV un personaggio infido come De Gregorio – il quale cambiò casacca immediatamente, iniziando da subito a far navigare con l’acqua alla gola il governo Prodi – ma riteniamo che i suoi fans troveranno tantissime giustificazioni. Ma, lo abbiamo premesso, oggi siamo solo cattivi e non ingenui.

 

La vicenda veramente conclusa – questo è il dato importante – è la costruzione del primo impianto eolico off-shore italiano, che sarebbe stato un vero spauracchio: perché, se l’appetito vien mangiando…

Adesso, l’attenzione s’è spostata sulla Sicilia: gli aerogeneratori del trapanese erano controllati dalla Mafia! Ma come si riescono a fare simili scoperte dell’acqua calda? In una regione nella quale anche per vendere lupini con una bancarella ambulante devi avere l’imprimatur del mammasantissima di turno, possiamo credere che sfuggisse un simile affare? Sarà pure energia “pulita”, ma i soldi che passano per la Sicilia viaggiano sempre fra i soliti nomi.

Infine, Vittorio Sgarbi – dopo aver sbattuto l’ennesima porta (Comune di Milano) – se ne va a fare il sindaco di Salemi: se lo saranno tolto di mezzo, penseranno i più.

Quelli cattivi e poco ingenui, invece, sanno che la Sicilia è una delle regioni più “gettonate” per l’eolico: scarso valore dei terreni, buona ventosità, nessun problema amministrativo. Là, si sa sempre a chi rivolgersi.

Ecco allora il nostro Sancho Panza (cavaliere, no, proprio no…) scendere nella Mancia…pardon…nella Sicilia dove iniziano ad esserci troppi mulini a vento. Un caso? Certo, ma la sua prima dichiarazione – come sindaco – è[10]:

 

Farò di tutto perché non vengano più installate quelle terribili pale eoliche che tanto rovinano il paesaggio. Dovranno passare sopra di me per installarne di altre. Chi ne vorrà di altre cominci a pensare di infilarsele in quel posto…

 

Qualcuno, si domanderà cosa c’entrino le centrali di Berlusconi: c’arriviamo.

Posto che ogni KWh prodotto con l’eolico toglie una fettina di petrolio all’ENI, già l’impianto di Termoli avrebbe portato via un pezzettino di torta. Il vero problema, però, era il futuro.

Se a qualcuno fosse venuto in mente di costruire tre grandi impianti off-shore – Puglia, Canale di Sicilia, Sardegna – il panorama energetico nazionale sarebbe mutato. Eccome, mica per dei decimali.

 

Proviamo, per una volta, a pensare in grande.

Tre estese installazioni off-shore, nei tre punti precedentemente indicati, che utilizzassero piattaforme ancorate ad una distanza di 20 Km dalla costa, consentirebbero d’installare circa 10.000 aerogeneratori da 5 MW di picco.

Immaginiamo tre “corridoi” lunghi circa 200 Km ciascuno, (provvisti di canali per la navigazione ad intervalli regolari) larghi circa due chilometri: “immaginiamo”, perché da terra non si vedrebbe nulla.

Siccome in quelle aree il CESI stima una produzione alla massima potenza per circa 3000 ore/anno, s’otterrebbero ogni anno circa 150.000 GWh, che rappresentano il 44% circa del fabbisogno elettrico italiano (anno 2006).

L’investimento richiesto sarebbe dell’ordine dei 50 miliardi di euro[11], da diluire in un decennio: come trovare i soldi?

 

Emettendo dei “bond energia”, garantiti dallo Stato, con un rendimento più elevato degli attuali titoli, e quindi più “appetibili” (il costo di produzione eolico è così basso che, anche con il petrolio ai minimi, è ampiamente remunerativo), prediligendo “tagli” piccoli, per incentivare l’azionariato popolare.

Perché sarebbe possibile creare ricchezza a fini sociali con l’eolico?

 

Il conto è presto fatto: un MW di potenza installata, produce in mare (mappe CESI) 3000 MWh l’anno e costa (installazione) un milione di euro. In 30 anni di funzionamento, il nostro MW produrrà 90.000 MWh i quali, al prezzo di 75 euro/MWh[12], fanno la rispettabile cifra di 6.750.000 euro. Dopo, servirà soltanto sostituire le parti rotanti (con minori costi) per avere altri 30 anni d’energia, e così via.

Dopo cinque anni, l’investimento del milione di euro sarebbe già ripagato: poi, 25 anni d’energia gratis! Con le centrali di Berlusconi, si parla di 30 anni! Forse.

Ci sono pochi investimenti che garantiscono una così elevata redditività: senza rischi, senza inquinamento, senza intervenire nel paesaggio, senza lasciare pesanti “eredità” (scorie) alle generazioni future e senza dover investire per anni e non ricavare nulla. Difatti, l’eolico è il metodo di produzione energetica che più incrementa, ovunque.

 

Un simile progetto, consegnerebbe all’Italia – due anni prima che una fumosa centrale berlusconiana avvii la turbina – il 44% della richiesta elettrica contro l’ottimistico (e quando?) 15% di Berlusconi. Di più: la produzione, scaglionata in un decennio, fornirebbe energia già dal primo anno, non undici anni dopo.

Altro effetto benefico, la nascita di un’industria italiana dell’eolico: decine di migliaia di posti di lavoro, a tempo indeterminato e ben retribuiti. Infine, un investimento – “popolare” e sicuro – per i piccoli risparmiatori, la gente comune, quelli che mettono da parte i 1000 euro per il nipotino.

Non consideriamo gli aspetti ecologici, ossia gli impegni di Kyoto: già queste ragioni sono sufficienti per scatenare la bagarre, per far eleggere Sgarbi in Sicilia, per mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, da Di Pietro a Iorio, fino all’enigmatico Rutelli. Tutti assatanati, destra e sinistra, che corrono appresso ai denari di ENEL ed ENI.

 

Anche la pretesa discontinuità dell’eolico è un argomento per sordi: certamente, non possiamo immaginare il mondo delle rinnovabili come quello del petrolio! Ad esempio: perché non dirottare, nei week-end (industrie ferme), quote d’energia per la generazione d’idrogeno per i trasporti? Oppure compensare la discontinuità con le biomasse? Quelle stagionali con il solare termodinamico? Suvvia: qui servono teste pensanti, non i blateranti arruffoni che c’ammansiscono di cazzate dal teleschermo! 

 

Se qualcuno si sente spaventato da questi numeri – Oddio! Andiamo a costruire una “grande opera” – rifletta che, dal 1830 al 1880, in Italia furono costruiti 10.500 Km di ferrovie: la velocità dei trasporti, in mezzo secolo, decuplicò, giacché prima era ancora la stessa delle vie consolari romane.

Le grandi opere che non servono sono la TAV ed il Ponte sullo Stretto, mentre investire in un sistema energetico, che risolva definitivamente il problema, vuol dire evolversi, non involgersi.

Potrete sempre optare per la produzione su piccola scala, ma sarà molto meno redditizia, poiché sulla terraferma difficilmente si superano le 1700 ore/anno: quasi la metà.

Per questa ragione, sarebbero convenienti le grandi installazioni in mare, mantenendo però il controllo – con rigidi protocolli normativi, che implichino il re-investimento dei proventi a scopo sociale, per rendere impossibile il “dirottamento” da parte dei soliti noti – alla parte pubblica.

Il problema energetico richiederebbe altri interventi – ben lo sappiamo – soprattutto per avere “casse di compensazione” sulla discontinuità della fornitura: biomasse, termodinamico, metano da rifiuti, piccolo idroelettrico, risparmio energetico, ecc, ma non vogliamo trasformare un articolo in un saggio.

 

Berlusconi promette (dopo il 2020!) d’iniziare ad incidere sulla ripartizione delle risorse energetiche – che sarebbero comunque importate (l’arricchimento dell’Uranio avverrebbe in Francia) – per un 10-15% del mercato elettrico. Con i tre impianti ipotizzati, invece, si sarebbe ricavato il 44% della richiesta nazionale: e, con la semplice manutenzione, per sempre!

 

E, qui, consentitemi di togliermi un sassolino dalla scarpa.

Nel 2004, informai Prodi (al tempo, era ancora Presidente della Commissione Europea) della questione e proposi – visto che l’Italia era rimasta indietro nella tecnologia degli aerogeneratori – di scegliere la strada della produzione su licenza, coinvolgendo le principali aziende meccaniche italiane: FIAT, Ansaldo, OTO Melara, Italcantieri, ecc.

Senza, però, avviare poi la produzione nel nostro Paese, sarebbe stato inutile coinvolgere le aziende: insomma, era un problema di simbiosi. Produco aerogeneratori perché servono, servono perché c’è un problema energetico e per risolverlo c’è un piano.

Lo informai, inoltre, della necessità d’avviare sperimentazioni (come stanno attuando in altri Paesi) sulle correnti sottomarine e sullo sfruttamento delle caldere dei vulcani attivi a magma basico. Oggi potrete giudicarmi un ingenuo, ma sono trascorsi cinque anni: mai negare, anzitempo, la buona fede.

 

La risposta (che conservo) fu molto deludente: non è mio costume pubblicare la corrispondenza privata, e mi atterrò a questo nobile principio del vecchio giornalismo. In altre parole, se mi fossi trombato Diana, non sarei subito sceso – ancora sudaticcio – dall’editore sotto casa.

La prova che quanto affermo è vero? E’ nei fatti.

Salvo le chiacchiere, nulla è stato avviato nei due anni del governo Prodi.

Il piano era semplice: ogni anno, versiamo a paesi esteri tot miliardi per l’approvvigionamento energetico. Una parte di questi soldi, “dirottiamola” in investimenti nell’industria italiana – non importa se dovremmo pagare le royalties per le licenze – e creeremo decine, forse centinaia di migliaia di posti di lavoro, come ha fatto la Germania.

 

Se quel piano fosse iniziato quando lo proposi, oggi non avremmo bisogno di quelle improbabili centrali, e sarebbe possibile iniziare già domattina a lavorarci, se solo ce ne fosse la volontà. Ma, da un governo così cieco come l’attuale, non possiamo attenderci che promesse al vento.

Il problema – che è veramente bipartisan, la vicenda Di Pietro/Iorio lo dimostra – è che in Italia, a fronte di uno dei problemi più importanti che abbiamo – l’energia – non esiste un dicastero competente. Sì, c’è una “appendice” del ministero delle Attività Produttive: va bene…serve un po’ di vapore per le filande…lo troveremo…

Invece, l’energia è uno dei principali “nodi” della nostra democrazia malata poiché, chi controlla l’energia, controlla le nostre vite.

In realtà, le scelte energetiche sono decise fuori del controllo democratico: chi le compie?

Due attori, ENI ed ENEL, hanno in mano il destino energetico italiano e non sono sottoposti a nessun controllo reale, al punto che ENEL si permetteva (e ancora si permette) di farci pagare in bolletta un contributo per le energie rinnovabili per poi, con arzigogoli linguistici, farlo confluire sugli inceneritori e, addirittura, sul petrolio, considerando il cracking degli idrocarburi pesanti un’attività di “riciclo”. I Moratti han copiosamente vendemmiato.

 

La risposta, giunti a questo punto, è chiara: se Berlusconi punta sul nucleare, il PD è da sempre legato all’ENEL (ricordiamo Chicco Testa), Scaroni è un ex pupillo socialista e Di Pietro s’adatta e ci marcia pure, chi rimane?

Un cadavere che si rivolta nella tomba: solo Enrico Mattei pensò ad un futuro “democratico” per l’energia, poiché si riteneva un serio ed onesto servitore dello Stato. Oggi, siamo certi che guarderebbe avanti, non indietro: ma il mondo dell’energia non è per gli ingenui, e chi va fuori dal gregge paga, oppure non viene nemmeno ascoltato.

 

I siti per le centrali nucleari – elettori di destra, dove siete? – saranno comunicati (34, secondo le indiscrezioni di Scajola) solo dopo le elezioni europee. Prima, cari elettori del PdL, andate tranquilli a giocare con le crocette nella cabina elettorale: dopo, vi diranno se il vostro comune sarà militarizzato per decenni.

Gli abitanti dei 34 misteriosi siti (centrali, scorie, ammennicoli vari) vedranno il valore delle proprie abitazioni precipitare ad un decimo: nessuno vuole abitare vicino alla rumenta nucleare.

La vostra casa varrà un decimo di prima? E che gliene importa: basta che crediate a quel che blatera Sgarbi!

 

Noi, che siamo cattivi, non vogliamo così male agli abitanti di Salemi – dove il buon Vittorio ha posato le chiappe – al punto d’augurare loro una bella centrale nucleare.

Chiediamo – per un giusto ed inattaccabile contrappasso – che una sia costruita a Ferrara, proprio nei pressi dell’avita magione sgarbiana.

A quel punto, giuro che porterò il mio nipotino in visita e gli dirò: «Vedi, quello è un grand’uomo: per essere coerente con le sue idee, ha accettato il deprezzamento della sua abitazione da 500.000 a 50.000 euro. D’altro canto, con tutto quello che aveva fatto per le centrali…»

L’altra, spero la costruiranno ad Imperia – presso “Villa Scajola” – perché? Perché mi piacerebbe comprare per due soldi un bel villone in Riviera. A quel punto, sopporterei anche la centrale.

PS: Da qualche parte, ho scritto più volte la parola “buoni”. Scusate i refusi.

 

[1]Italia, Francia e il nucleare. Fonte: http://aspoitalia.blogspot.com/

[2] La società EFFEventi, http://www.effeventi.com/

[3] Link: http://www.cesiricerca.it/Testi/link.aspx?idN=10 cliccare su “Atlaeolico”.

[4] Fonte: http://www.bcp-energia.it/wind_energy_project/hywind_offshore_wind_turbine_energia_eolica.php

[5] Il clutter è un fenomeno di riflessione radar causato dalle creste delle onde in condizioni di mare agitato. In pratica, genera sullo schermo radar un “disturbo” di punti luminescenti, che possono causare problemi nell’individuazione di piccoli natanti. Non è certo il caso di “bersagli” alti 100 metri.

[6] Fonte: “La Repubblica”. http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/iorio-isernia/iorio-isernia/iorio-isernia.html

[7] Fonte: http://www.anev.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=43

[8] Fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/03_Marzo/08/eolico.shtml , Corriere della Sera, 3 Marzo 2008.

[9] Fonte: ANSA, 8 marzo 2008.

[10] Fonte: intervista concessa al quotidiano on-line ILoveSicilia il 7 Luglio 2008.

[11] Per l’eolico a terra, si stima un costo di un milione di euro per MW installato. In mare, il 25% in più: però, un così vasto progetto godrebbe d’importanti risparmi “di scala”. Tutti i calcoli sono al netto dei “Certificati verdi”.

[12] Dato corrispondente alla settimana 16-22 Febbraio 2009, con il prezzo dell’energia già in calo. Fonte: http://www.affaritaliani.it/ultimissime/flash.asp?ticker=240209104012

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