Lo zufolo di Izmal

Rasnat

 

Rasnat sorgeva in cima alla collina, e le poche case quasi si confondevano col bruno rossastro della terra: la stessa terra, impastata e seccata al sole, con la quale erano costruiti i bassi muri delle case e che serviva, mescolata con la paglia, per fabbricare i tetti.

Anche la strada che scendeva dallo sperduto villaggio aveva lo stesso colore, quel tortuoso serpente rossastro che scendeva a fondo valle in direzione di Fashnet, per poi immettersi nella grande arteria asfaltata che portava alla lontana Erzurum.

Izmal Darnatiani era seduto all’ombra, su un muretto presso il grande fico che quasi copriva, con la sua maestosa ombra, l’abitazione della sua famiglia. Guardava lontano, all’orizzonte: laggiù, un soffio prima che la terra e il cielo si confondessero in un’unica, indistinta fascia azzurrina, nella calura estiva si riusciva ad indovinare la grande camionale che da Erzurum, passando per Dyarbakyr, portava ad Est verso le montagne dell’Iraq o, a Nord, verso l’impervio ed altissimo monte Ararat dove, in tempi lontani, si diceva che si fosse arenata una grande nave.

Izmal non riusciva proprio a capire come una nave fosse potuta arrivare fin lassù; forse era successo prima ancora che nascesse suo nonno, quello che avevano sepolto l’anno prima: probabilmente c’era stata una grande alluvione, ma nessuno dei suoi zii se ne rammentava.

Sì, doveva essere proprio successo ai tempi di suo nonno perché raccontava spesso quella storia, seduto sul basso scalino della cucina: forse era molto piccolo quando successe, perché nessuno dei suoi figli ricordava un fatto del genere.

Nelle giornate limpide riusciva ad intravedere, in lontananza, la massiccia sagoma dell’Ararat: chissà come doveva essersi divertito il nonno, dall’alto di Rasnat, nel veder passare navi e barche! Chissà se qualche enorme pesce, o addirittura una balena, non fosse sepolto sotto i mucchi di pietre che separavano i poderi laggiù, nella piana!

La voce dello zio, che da poco tempo aveva sposato sua madre e quindi era diventato il nuovo capofamiglia, lo risvegliò dai suoi sogni dove, enormi pesci con candide schiere di denti aguzzi, lo fissavano fra le pietre dei muri a secco.

«E’ ora che tu vada a prendere l’acqua» disse lo zio, indicando due secchi di plastica appesi al moncone d’un ramo del grande fico.

Izmal s’avviò verso il pozzo, rimuginando sulla meraviglia che avrebbe destato, nei ragazzini del villaggio, se fosse riuscito a trovare qualche pesce del tempo di suo nonno.

Lo zio Jaran era buono con lui, però quando c’era ancora papà era un’altra cosa: spesso, quando si recavano a ricoverare il gregge, suo padre si fermava, ora per indicargli un’erba dalle virtù medicinali, ora per mostrargli uno scorpione.

Una sera d’estate, mentre tornavano a casa, suo padre s’era fermato presso un fascio di canne che cresceva ai bordi d’un acquitrino paludoso ed aveva intagliato uno zufolo: quando rimaneva solo ad accudire il gregge, spesso si divertiva a suonarlo, ed a tratti gli pareva di rivedere il viso dolce di papà.

Papà gli mancava; come esigeva la tradizione in tutto il Kurdistan suo zio, forse anche un po’ controvoglia, aveva immediatamente sposato sua madre: Izmal talvolta si domandava se le tradizioni fossero poi proprio tutte giuste.

Come capo della loro famiglia – la più importante di Rasnat – Jaran era diventato immediatamente il responsabile del villaggio: ogni tanto, la notte, s’allontanava e tornava solo poco prima dell’alba. In quelle notti, Izmal era tormentato da sonni agitati e non riusciva a addormentarsi profondamente, fin quando non avvertiva i leggeri passi dello zio sul tappeto della grande sala dove dormivano tutti assieme.

Spesso, in quelle notti agitate, faceva un sogno bello e terribile, dove vedeva suo padre fuggire a rotta di collo giù dalla collina e allora lui, nascosto dietro ad un muretto, spalancava la bocca di un’enorme balena e finalmente papà poteva nascondersi da quei brutti soldati turchi che lo inseguivano: giocavano assieme con gli zufoli e si raccontavano mille storie fantastiche.

Poi però udiva lo schianto secco della fucilata, la balena era sparita e suo padre non correva più ma ruzzolava giù per la china come un sacco di lenticchie, ed il brutto soldato turco rideva e fumava, ed abbassava il fucile che fumava anche lui, dalla canna.

Poi suo padre era rimasto fermo, immobile, e i turchi erano scesi in due: poco dopo erano tornati indietro ordinando d’andare a prenderlo per seppellirlo, perché era mattina e la sera doveva già essere nella fossa, come ordinava la religione, e che ringraziassero Allah se non bruciavano tutto il villaggio.

Così, lo avevano avvolto in un telo bianco e la mamma non aveva smesso di piangere. Prima che scendesse la sera lo avevano già calato nella fossa, come ordinava la religione ma lui, Izmal, avrebbe voluto vedere ancora un po’ papà, anche se era morto: e poi, perché gli usciva il sangue dalla bocca?

Quel giorno, Izmal pensò che forse anche le religioni non erano proprio tutte giuste.

Dopo la morte di papà la vita era continuata a scorrere come sempre: la mattina s’alzava presto e, con lo zio, si recava giù nella piana a curare gli orti e ad accudire al gregge, il bene più prezioso della famiglia.

Izmal a volte sognava di studiare la storia, di poter leggere quei libri che aveva visto alla biblioteca della scuola, giù a Fashnet, e poi andare a cercare sotto i mucchi di pietre i resti dei grandi pesci che dovevano esserci per forza, se c’era stato un mare.

L’anno prima, era salita fin lassù una comitiva di studiosi dalla pelle chiara…la gente diceva che erano “tedeschi”…chissà cosa voleva dire “tedeschi”...parlavano una lingua incomprensibile ed erano andati a scavare proprio intorno a dei mucchi di pietre, giù nella pianura: che cercassero il grande pesce?

Izmal fu deluso dal frutto di quelle ricerche: in mezzo a quelle pietre avevano trovato, scavando, solo dei cocci di nessun valore, che s’erano affrettati a riporre in delle scatole di legno, che avevano in seguito caricato con mille cure sulle camionette.

Venire fin lì per raccattare dei cocci senza senso! Izmal non riusciva proprio a capire: forse, se avessero saputo della nave dell’Ararat, si sarebbero dati un po’ da fare per cercare qualche resto di barca, o lo scheletro d’una balena!

Eppure, non era riuscito a trovare mai niente, mentre correva per i pendii gialli di ranuncoli, in Primavera, od in quelli già aranciati dall’iperico della prima Estate con Zul al fianco, il fido Zul, il suo più grande amico: grazie al fiuto di Zul, però, prima o dopo qualcosa avrebbero senz’altro scovato.

A dire il vero, il suo più grande amico era stato Mahamud, giù alla scuola di Fashnet: giocavano spesso insieme con le biglie o col pallone nel cortile della scuola, ma nessuno a casa aveva pensato che fosse una buona cosa continuare ad andare a scuola, quando c’era un gregge da accudire.

Così, ad otto anni, aveva lasciato la scuola e il maestro Bourghazi Ben Halam il quale, tutte le volte che sui libri incontravano la parola “Turchia”, senza battere ciglio leggeva “Kurdistan” così, con la stessa naturalezza di morsicare una mela.

Izmal non aveva mai capito bene l’importanza di dire “Kurdistan” al posto di “Turchia”, e non s’era mai chiesto se Mahamud fosse turco o curdo anzi, non lo sapeva proprio...anche se Mahamud fosse stato turco, sarebbe stato un turco buono, non come i soldati.

I soldati gli facevano paura, con quei lunghi fucili e le loro facce cattive. Un giorno li aveva visti passare giù, sulla camionale di Erzurum; c’erano anche due carri armati grandi, maestosi, che sembravano quasi macinare l’asfalto con quei cingoli enormi e sferraglianti: lo affascinavano e lo terrorizzavano allo stesso tempo, come guardare giù, in fondo al pozzo.

Così, ogni volta che sentiva cigolare la ruota del pozzo, gli tornava alla mente quel carro armato ed il soldato che spuntava dalla torretta, che lo aveva fissato per un attimo passando, mentre parlava al microfono con una sigaretta penzoloni dal labbro.

I carri armati non salivano mai fino a Rasnat; arrivavano invece i soldati, che guardavano dappertutto e li facevano uscire di casa: qualche volta erano preceduti dal volo di un elicottero che sembrava piccolo a vederlo sfiorare gli alberi, giù nella piana, ma che diventava un’enorme e minacciosa libellula quando s’avvicinava, e pareva quasi volerti schiacciarti a terra con il prepotente sbattere delle pale.

I momenti più belli della sua vita li trascorreva quando era lontano dal paese, a sorvegliare il gregge con Zul: in quelle ore, gli sembrava che i soldati fossero solo un brutto sogno, un incubo che si scioglieva nella cascata del torrente, disperso dal vento che faceva danzare l’erba come il mare.

Ad esser sinceri, Izmal il mare l’aveva visto solo in televisione, dagli zii di Fashnet: ricordava la storia di un bambino che era diventato amico d’un delfino e nuotavano insieme, proprio come lui e Zul si rincorrevano fra l’erba alta.

Era una storia che doveva essere capitata lontano, in un posto chiamato “America”, un luogo che non sapeva proprio dove fosse; aveva cercato quella “America” nei suoi vecchi libri di scuola ma non l’aveva trovata: chissà, forse era ancora più in là del monte Ararat...

Certo, riuscire a guardare il mondo dall’alto dell’Ararat, doveva essere una cosa strabiliante: chissà quante cose si potevano osservare da lassù! Il mare, quello vero, e poi le città che non aveva mai visto: Erzurum, Diarbakyr, forse anche Istanbul...e poi di certo doveva esserci la grande nave, quella che suo nonno aveva visto passare sotto Rasnat…chissà com’era fatta, dentro, una nave?

Quando fosse cresciuto avrebbe preso il treno e, con Zul, sarebbero andati fino ai piedi di quella montagna col cappuccio bianco e l’avrebbero scalata: allora sì che qualche grande pesce sarebbe saltato fuori! Poi, avrebbero trovato la grande nave: ci sarebbero saliti sopra ed avrebbe guardato dall’alto Rasnat, Fashnet e tutto il resto, fino al mare.

Era ora di tornare in casa, oramai faceva buio, e la mamma aveva senz’altro già preparato la cena: forse avrebbero mangiato l’agnello con le verdure, come piaceva a lui.

La mamma stava versando nei piatti la cena, ma s’accorse che mancava lo zio «Dov’è lo zio?» chiese a sua madre: forse avrebbe dovuto chiamarlo “papà”, ma non ci riusciva...

«E’ uscito, tornerà più tardi» gli rispose sua madre, mentre sistemava meglio sui cuscini la sorellina Salima.

Izmal si sedette a terra, prese il piatto e guardò fuori, dove il buio aveva oramai coperto ogni cosa: dentro di sé, sperò che la notte fuggisse in fretta.
 

Mustafà Tesnet

La giornata estiva, sulla spiaggia di Zerat, era calda e silenziosa: lo sciacquio, ritmico ed ipnotico della risacca, era l’unico suono che s’udiva. Un bel guaio – pensò Mustafà Tesnet – osservando la Gurgut, la sua barca, ormeggiata al piccolo molo di legno che abbracciava gli scogli, proprio come un bambino s’aggrappa alle vesti della madre per non perdersi nella folla del mercato.

Sotto il sole di Luglio s’avviò verso il molo, attraversò con passo sicuro quelle poche tavole cigolanti e fu a bordo; davvero un bel guaio la rottura dell’asse dell’elica – pensò – guardando giù dall’osteriggio di macchina: dalle tavole del ponte rimosse poteva osservare i grossi cuscinetti, che avvinghiavano l’albero motore della nave, divelti come miseri cardini di una porta da una mano mostruosa.

Era andata anche bene, gli aveva detto Farouk Atmark, il proprietario del piccolo cantiere di Zerat, quattro baracche ed un modesto scalo a cielo aperto sulla spiaggia: se l’albero non fosse rimasto incastrato fra i corsi del fondo ed il madiere, continuando nel suo movimento impazzito avrebbe sfondato il fasciame, e le vecchie e singhiozzanti pompe di sentina della Gurgut non gliel’avrebbero di certo fatta a tenerla a galla.

“Bella fortuna” aveva mormorato, sconsolato, fra sé e sé Mustafà, quando Farouk gli aveva annunciato che, ad occhio e croce, ci sarebbero voluti almeno cinque miliardi di lire turche, vale a dire circa cinquemila dollari americani, per riparare il danno.

E non finiva lì; non c’era da meravigliarsi se era successo un simile sfracello – aveva continuato il carpentiere – tutta la Gurgut era in condizioni disastrose: i cortocircuiti, con quell’impianto elettrico vecchio e fatiscente, erano all’ordine del giorno ed i motori stavano oramai per esalare l’ultimo respiro. Inoltre, le piccole ma incessanti vie d’acqua che s’aprivano nello scafo indicavano che anche il fasciame si stava disgregando, come ghiaccio buttato su un boccaporto arroventato dal sole estivo.

L’unica soluzione, gli era stato consigliato, sarebbe stata quella di trainare la barca al largo ed aprire i Kingston, le valvole che immettono direttamente acqua di mare nello scafo, affondare la Gurgut ed intascare il premio dell’assicurazione.

Di fronte a Farouk, Mustafà non aveva avuto il coraggio di confessare la verità: da più di due anni, dato il cattivo stato del peschereccio, non s’avventurava più in alto mare, oltre Rodi e Scarpanto. La pesca, senza allontanarsi troppo dalla costa, era misera e le prime ristrettezze lo avevano costretto a disdire la costosa ed obbligatoria assicurazione.

Negli ultimi anni la vita era diventata sempre più cara: i governi, di qualsiasi colore e religione fossero, avevano innalzato le tasse fino a livelli insostenibili per la maggior parte della popolazione. Incolpavano, per il dissesto economico, l’interminabile guerriglia con i banditi curdi all’est, che da decenni mieteva vittime ed ingoiava una buona fetta del bilancio statale.

Ultimamente, anche l’Europa aveva imposto la sua parte di tasse: se la Turchia voleva entrare a far parte dell’Unione Europea, si dovevano tagliare qui e là i bilanci ed alzare le tasse, per convincere gli europei a dare quel benedetto assenso. Che andassero nella Gehennha, al diavolo, pensava Mustafà: i governi, gli europei e i curdi.

Era da qualche anno che le cose andavano male: da quando suo fratello Alì era partito militare e lo aveva lasciato solo a pescare sulla Gurgut; le cose erano andate ancora peggio quando Alì era tornato, dopo tre anni di servizio militare in Kurdistan.

Erano andati a prenderlo ad Ankara, con la macchina, ed avevano faticato parecchio a farlo entrare nella vecchia Ford, con quella maledetta sedia a rotelle che sbatteva dappertutto e che non ne voleva sapere di entrare nell’auto, mentre Alì si lamentava per il male alla schiena...

Così, oltre alla moglie ed ai suoi quattro figli, aveva dovuto aggiungere la moglie di Alì e i suoi due bambini: quattro bocche in più da sfamare con la vecchia Gurgut, e la Stato passava loro solo quella misera pensione di trenta milioni di lire mensili, nemmeno trenta dollari americani.

Per quanto cercasse in tutti gli angoli della mente, Mustafà non riusciva a trovare una soluzione al problema: soldi per riparare la Gurgut, non ce n’erano. Tentare la fortuna? Recarsi ad Istanbul o ad Ankara, in cerca di fortuna o di un lavoro che gli consentisse di mantenere la numerosa famiglia?

Le notizie che giungevano dalle città, dal Nord, non erano rosee: là era la disoccupazione a rendere tutto difficile, e se anche riuscivi a trovare un lavoro i padroni pretendevano che lavorassi dall’alba al tramonto per un tozzo di pane. Aveva sentito dire che, da qualche parte, obbligavano la gente a lavorare addirittura il Venerdì!

Rientrò a casa; nessuno aveva battuto ciglio dopo il fortunoso rientro di due notti prima, a rimorchio di un guardacoste militare: tutti immaginavano il peso della responsabilità che Mustafà si portava addosso, e non volevano infastidirlo.

Anche il fratello Alì, un tempo così espansivo e pronto a fronteggiare il fratello maggiore su ogni decisione da prendere, taceva: quel silenzio feriva Mustafà ancor più, perché gli rammentava in ogni istante la triste condizione del fratello.

Quella sera fu lui, dopo cena, ad andarsi a sedere a terra nella piccola veranda di legno, dove Alì respirava il fresco della sera, proprio accanto alla sedia a rotelle.

«Potremmo scrivere a Kemal, in Germania, per chiedergli un prestito e riparare, almeno in parte, la Gurgut» esordì Mustafà.

Ci fu un attimo di silenzio, col sottofondo delle grida dei bambini che giocavano a pallone, in strada, poi Alì sospirò, come se tutto il peso della sua condizione gli fosse piombato addosso: «Dubito che Kemal abbia una tale somma da prestarci; e poi, ti sembra giusto chiedergli un simile sacrificio?»

Suo fratello non aveva torto, pensò Mustafà: Kemal, il più giovane, era emigrato in Germania anni prima, quando Alì era stato ferito, proprio per non pesare sulla famiglia; spesso inviava dei soldi ai fratelli, ed essi sapevano bene che, senza quelle rimesse, con i soli proventi della pesca già da tempo sarebbero finiti in miseria.

«Forse potrei recarmi da Rashidi Mohamed» disse con un filo di voce Alì «può darsi che, date le mie condizioni, ci possa far avere un sussidio od un prestito statale per riparare la Gurgut.»

Non correva buon sangue fra la loro famiglia e quella del sindaco, Rashidi Mohamed, sin da quando un loro zio aveva sposato e poi abbandonato una cugina del padre di Rashidi: in passato c’erano stati screzi ed erano volate parole grosse, fino a qualche minaccia.

Mustafà avvertì che una timida lacrima stava per inumidirgli gli occhi: s’accorse d’amare profondamente il fratello, disposto a sottoporsi ad una simile umiliazione pur d’aiutare la famiglia.

«Tocca a me, Alì, lo sai...» «No» lo interruppe il fratello, «per una volta lascia che sia io a fare qualcosa per la famiglia...sono stanco di nascondermi dietro a questo pezzo di ferro che mi porto sempre sotto al culo.»

Istintivamente, la mano di Mustafà coprì quella di Alì, abbandonata sul bracciolo della sedia a rotelle, e la strinse.

L’indomani mattina, dopo essersi lavati, rasati e vestiti con gli abiti migliori, i due fratelli presero la via del Palazzo Municipale; attraversarono una Zerat festosa e colorata: era giorno di mercato, e nelle strade era tutto un pullulare di venditori ed acquirenti. S’udivano banditori magnificare le merci e lunghe contrattazioni sul prezzo mentre i vecchi, seduti all’angolo delle strade o presso i caffé, fumavano il narghilé.

Giunsero infine al bianco palazzo municipale e Mustafà aiutò il fratello a superare gli ultimi ostacoli: gradini, porte e strettoie che portavano al corridoio dove si trovava l’ufficio del sindaco.

Il luogo era stranamente deserto: sarà l’effetto del giorno di mercato, pensarono entrambi.

Assicuratosi che Rashidi Mohamed fosse nel suo ufficio, Mustafà iniziò a spingere la carrozzella verso il fondo del lungo corridoio dov’era situato l’ufficio del sindaco ma, a quel punto, Alì si voltò e, accompagnando le parole con uno sguardo risoluto, disse al fratello: «Ora vai.»

Ci fu un tentennamento, un’indecisione dipinse il viso di Mustafà ma, quando i loro occhi s’incrociarono, s’accorse che lo sguardo del fratello non ammetteva repliche: «Ti aspetterò qui fuori, nel porticato» e lasciò la presa della sedia a rotelle.

Senza voltarsi, Alì spinse sulle ruote ed in pochi attimi fu davanti ad una porta, sulla quale una targhetta recitava “Fetmal Rashidi Mohamed el Din”; sotto, un’altra scritta ammoniva: “Farsi annunciare”.

Indice

Rasnat

 

pag.

2

Mustafà Tesnet

pag.

5

Sangue sulla collina

pag.

8

Rashidi Mohamed

pag.

11

Addio

pag.

15

Selim Kaddaq

pag.

18

Verso Occidente

pag.

22

Gente di guerra e di mare

pag.

28

Il mare di Izmal

pag.

31

Rosario Petrella

pag.

34

La “Germania”

pag.

39

Soldi maledetti

pag.

43

Bollicine e pagnottine dolci

pag.

45

Frontiere di burro

pag.

50

Perduti

pag.

56

Epilogo

pag.

62

 

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