Fantasmi del tempo

Trapassato presente[1]

venne buio all’improvviso[2]

                                                                                                                e la vita sua finì

                                                                                                                          il ragazzo che sorride

                                                                                                                         lo chiamavano così…

 

Da Il ragazzo che sorride di Mikis Theodorakis, 1969

I

Isola di Lakonos, Giovedì 2 luglio 1998

Quando la barca si avvicinò all’isola Georgos Anassipoulos, il postino, si stupì che come di consueto Balthazar Mavridis non fosse ad accoglierlo sul pontile di legno, pronto a ricevere la cima. La barca di Balthazar era ormeggiata al solito posto e sembrava tutto in ordine: ad ogni buon conto, Georgos scese sulle tavole malferme ed assicurò con nodo sapiente la barca al piccolo molo.

La casa di Balthazar era a poche decine di passi dall’approdo, appena dietro una siepe di fichi d’india ed ombreggiata da un alto e maestoso oleandro.

Mentre saliva, Georgos si domandò come mai l’amico non fosse sceso ad attenderlo al molo: era Giovedì e, come tutti i Giovedì, Balthazar sapeva che sarebbe passato, che ci fosse posta o no, tanto per fare quattro chiacchiere insieme davanti ad un bicchiere di retsina fresca.

Quando fu a pochi passi dalla porta chiamò a voce alta l’amico e, non avendo ricevuto risposta, spinse delicatamente la porta chiamando nuovamente Balthazar.

Per un attimo i suoi occhi, abbacinati dal sole estivo, non riuscirono a vedere che pallide forme nella stanza in penombra, ma le sue orecchie percepirono uno strano e fastidioso ronzio di mosche.

Quando riuscì a mettere a fuoco l’interno della stanza, ed a distinguere forme e colori, ebbe un soprassalto: Balthazar Mavridis giaceva morto, in mezzo alla stanza, col cranio fracassato.

II

Il tramonto era dolce in Aprile, al Pireo, e l’aria tiepida lasciava già indovinare l’inizio della lunga stagione estiva. Due uomini stavano camminando lentamente sul molo che portava al settore riservato alle imbarcazioni a vela. Chiacchieravano a bassa voce: parevano due vecchi amici, o due pescatori dilettanti in attesa della notte, per salpare in cerca di calamari o per stendere palamiti.

«Allora, nessun ripensamento?» chiese uno dei due all’altro.

«Ti pare il momento di ripensarci?» rispose laconicamente l’altro.

«No, ora no…hai ragione…ma hai riflettuto bene sulla scelta che hai fatto?»

«Ti sembra che ne avessi altre?»

«Mah, non so…certo che, almeno per Mikis, non sarà così semplice accettarlo…»

«Mikis ormai ha quasi vent’anni…dopo la separazione da Melina è quasi sempre vissuto con la zia…e poi» quasi a cercare giustificazione e consolazione «potrà sempre venirmi a trovare…»

L’altro uomo assentì silenzioso, anche se sospettava che difficilmente il figlio sarebbe salito spesso sulla catena di motonavi, traghetti e barche per saltare, d’isola in isola, fino a quello sperduto scoglio delle Cicladi meridionali quasi in vista di Scarpanto, ed andare a trovare un padre che molto presente, in realtà, non era mai stato.

«E di Melina, hai notizie?» chiese ancora.

L’altro parve rabbuiarsi un attimo poi, distogliendo lo sguardo lontano, verso l’orizzonte, rispose: «No, le ultime notizie che ho ricevuto riferivano che viveva vicino a Salonicco, non so altro…»

L’uomo capì che aveva toccato un tasto poco gradito; uno di quei fermenti che non bruciano più ma non hanno ancora smesso d’agitare la mente e l’animo: meglio cambiare discorso «Perché parti di notte?»

«Non parto di notte, partirò domattina prima che faccia giorno per sfruttare gli ultimi refoli di brezza di terra e guadagnare il largo; al sorgere del sole sarò già in alto mare e prenderò i venti occidentali al traverso: con un solo bordo potrei essere già domani sera a Santorini. Da lì ci vorrà poco, il giorno dopo, per giungere a Lakonos.»

«Mi fa un certo effetto vederti partire Balthazar…dopo tanti anni…è come se…»

«Come un esilio? Abbi il coraggio di pronunciarla quella parola, Andreas: in realtà di questo si tratta, anche se vivere su un’isola era un desiderio che avevo sempre covato in fondo all’animo, tu lo sai bene, certo che le circostanze…avrei sperato non fossero queste…»

«Già…chi avrebbe mai potuto prevederlo…»

«Eh sì, amico mio, siamo come tronchi portati dalla corrente: da giovani scendiamo le acque di qualche torrente sicuri di arrivare al mare e da adulti crediamo di navigare verso i lidi che ci siamo prefissi. Poi, un giorno, il vento cambia e la corrente ti lascia su una spiaggia che non conosci, dove mai avresti immaginato di finire…»

«Beh, almeno non avrai altri problemi» interruppe Andrea «col pre-pensionamento hai finito di correre tutto il giorno per le vie di Atene su una volante: pensa a me, che da domani continuerò a perquisire tossici e puttane alla ricerca di qualche bustina d’eroina…»

«Sotto questo aspetto non t’invidio proprio: in fondo parto per una nuova vita, con una barca ed una casa su un’isola tutta mia…un’isola…beh, è poco più d’uno scoglio…però mi è piaciuta subito. Verrai a trovarmi vero?»

«Ci puoi contare! Quest’anno, alla prima licenza estiva, mollo tutto e piomberò a trovarti!»

Balthazar si chiese fino a che punto Andreas fosse sincero, oppure quello era praticamente un addio che entrambi volevano mascherare «Allora non facciamo dei melodrammi: ci salutiamo qui. Ho ancora parecchio da fare prima di salpare: devo sistemare un po’ le attrezzature della barca per la navigazione; lo sai che, se posso, non mi piace navigare a motore…»

«Pensavo che saremmo andati a mangiare qualcosa insieme qui intorno…ma se hai ancora da fare allora…» Andreas stette al gioco: una cena insieme, dopo una vita passata insieme in Polizia e fuori, non avrebbe avuto altro effetto che rendere più dolorosa la separazione.

I due s’abbracciarono sul molo, poi Balthazar salì sulla Salpas che ondeggiava pigramente nelle calme acque del porto: mentre ritirava la scaletta, e recideva il cordone che univa quei sette metri scarsi d’imbarcazione alla terraferma, vide l’amico che s’allontanava sul molo, senza voltarsi.

Iniziò a riordinare le carte nautiche ed a sistemarle nello stipetto accanto al piccolo tavolo che serviva per desco e carteggio: dal mucchio di carte saltarono fuori alcuni vecchi giornali e cadde a terra un libretto di fotografie.

Balthazar si sedette sullo stretto divano ed iniziò a scorrerle. Erano molto vecchie ed i colori erano in parte sbiaditi ed in parte no, sicché i visi parevano pallidi in confronto al blu del cielo ed al rosso del vestito di Melina.

C’era anche Mikis, avrà avuto sì e no quattro anni e sedeva ritto sul triciclo. La casa era il vecchio appartamento di Atene, l’abitazione che avevano preso in affitto appena sposati…della nuova villetta non c’era nemmeno un’immagine in quel libretto, mah…forse le aveva tenute Melina…

Melina era ritratta al mare, in costume da bagno…com’era bella…adesso ricordava: quell’anno erano andati in vacanza nel Peloponneso…nel golfo di Kalamata…era il 1965…no, forse il ’66…mah…era stato prima del colpo di stato…

A quel ricordo Balthazar chiuse il libretto e accese il piccolo televisore; c’era una partita di coppa UEFA del Panathinaikòs e non voleva perderla: chissà quando sarebbe potuto nuovamente entrare allo stadio…

Quando si risvegliò sentì freddo. Istintivamente guardò l’ora: le due e quarantacinque, bisognava sbrigarsi.

Prima di iniziare a preparare la barca fece un buon caffè e mangiò qualcosa: se il tempo non fosse stato buono quello sarebbe stato l’unico pasto fino a Santorini.

Alle tre e mezza sciolse la gassa d’amante che univa la barca al molo; ancore e gavitelli erano a bordo e la randa era già tesa, anche se per uscire dal porto era obbligatorio usare il motore: silenziosamente, la Salpas scivolò fra le barche ormeggiate accompagnata appena dal basso ticchettare del motore diesel, fino all’imboccatura del porto.

Passando accanto alla piccola guardiola della Marina, poco prima di imboccare il canale fra i due fari, Balthazar salutò con una torcia in morse: nessuno rispose.

Continuò così, a bassa andatura, fin oltre un miglio oltre il faro poi, avvertita una leggera brezza di ponente, arrestò il motore, tesò la scotta della randa ed alzò il fiocco. Le due vele si gonfiarono pigramente nel buio della notte senza luna: diede un’occhiata alla bussola, corresse leggermente la rotta e si distese nel pozzetto, proprio sotto il boma che cigolava ritmando il rollio della barca.

Forse era meglio ascoltare il bollettino delle quattro e mezza, pensò fra sé e sé, ed accese la radio.

Dopo pochi scampoli di pessima musica rock, la radio tacque ed una voce femminile lesse il bollettino per i naviganti: tempo buono e brezze leggere su tutto l’arcipelago, da Creta alle Cicladi fin su, alle lontane Sporadi. Terminato il bollettino, la voce femminile tacque e una voce maschile continuò: «Buongiorno a tutti, leggiamo il radiogiornale di oggi, 22 aprile 1978. Il primo ministro Papandreu si è recato in visita…»


 

L’anatra sbagliata[3]

 

“…la sanguinaria guerra dei predatori

e la serena guerra degli aviatori…”

Francesco de Gregori, "L’aggettivo mitico”

dall’album Amore nel pomeriggio, 2000

 

I

Walton Springs (Arkansas) ore 16.12

«Lascialo perdere Ronnie, non vedi che è ubriaco?» il barista fissò negli occhi il giovane col grande cappello da cow-boy che ridacchiava.

«Dai, Mel, non ficcarti in mezzo: vogliamo solo farci raccontare ancora una volta la storia di quando era pilota ed abbatteva dieci aerei nemici la volta…»

«Quello li abbatteva a colpi di bottiglie vuote…» intervenne un vecchio seduto ad un tavolino sbuffando una nuvola di fumo grigio da un avana.

«Ehi Frank, raccontaci ancora una volta come abbattevi i caccia nemici soffiandogli nel culo!» una risata scoppiò nel locale.

«Adesso basta Ronnie, o chiamo lo sceriffo! E tu Frank, vedi di portare le chiappe da qualche altra parte!»

L’uomo non parve nemmeno avvertire le parole del barista e continuò a fissare il vuoto davanti a sé: sul tavolino c’erano quattro boccali di birra vuoti.

«Dammene ancora uno e poi me ne vado…ancora uno solo, guarda, ho i soldi…» ed estrasse dalla tasca qualche spicciolo, facendone scivolare un paio a terra.

«Adesso basta Frank» il barista fece il giro del banco e si avvicinò all’uomo, raccolse gli spiccioli caduti e glieli rimise in tasca, dopodichè lo condusse all’ingresso, lo accompagnò delicatamente all’esterno e prima di richiudere la porta lo avvertì «Bada che, se ti fai ancora vedere in giro ubriaco, chiamo lo sceriffo!»

L’uomo si avviò barcollando sul marciapiede inondato dal sole del pomeriggio. Il caldo era soffocante e, in lontananza, la strada che si allontanava da Walton Springs tremolava di miraggi.

Terminate le ultime case l’uomo proseguì, con passo lento, sulla strada asfaltata che costeggiava campi di granturco e soia. Una Buick nera procedeva lentamente nella stessa direzione.

Giunta accanto all’ubriaco l’auto si arrestò e scese un individuo alto con due occhiali da sole, parlottò con l’uomo e lo convinse a salire: la Buick ripartì.

«È lui?» chiese il conducente.

«Aspetta, lo sto frugando…accidenti, ronfa già come un ippopotamo e puzza come un letamaio andato a male…» rispose l’altro.

«Aspetta…qui c’è qualcosa…sì, sono i documenti. Cristo che schifo…sì, è lui…guarda guarda…Frank Barley, proprio lui…guarda come si è ridotto…c’è anche il tesserino militare: è lui di certo.»

«Ok, lascialo dormire, così sarà tutto più semplice»

«Quanto manca al confine?»

«Meno di cinque miglia»

«Ok…»

La campagna fuggiva ora velocemente dai finestrini dell’auto, che aveva accelerato.

«Ci siamo Al, guarda anche tu: non c’è nessuno?»

Il confine fra Arkansas e Mississipi era a due miglia, prima però dovevano attraversare il ponte sul grande fiume.

«Mi sembra tutto deserto: dai, accosta» la Buick si fermò proprio a metà del ponte.

«Tiriamolo fuori piano e finiamo il lavoro»

I due trascinarono fuori dall’auto l’uomo che, mentre dormiva, vaneggiava, lo appoggiarono al parapetto e si guardarono attorno: anche il fiume era deserto, e si udiva soltanto il canto delle cicale.

Con un gesto sincrono gli sollevarono i piedi e lo scaraventarono oltre il parapetto: il corpo volò per quasi cinquanta metri prima di cadere in acqua con un tonfo sordo.

I due si portarono allora sull’altro lato del ponte e scrutarono le acque lente e limacciose. Poco oltre il corpo riemerse per un attimo: si vide un braccio levarsi al cielo, poi sprofondò. Rimasero ancora un paio di minuti ma non videro riemergere nulla: salirono sull’auto e ripartirono.

II

Sicilia centrale ore 5.32

 La bruma era un fatto raro nelle campagne fra il palermitano ed il trapanese, ma quel mattino alle cinque sembrava di essere in Scozia. Almeno, così immaginava la Scozia Santo Melliti mentre avanzava, col fucile abbassato, verso la boscaglia.

In basso, nella piana, era ormai tutto un tappeto d’Arlecchino di pezze brune, i campi arati, e verdi, laddove le piogge autunnali avevano risvegliato prati e sterpaglie bruciate dal sole estivo.

Fino a quel momento le cose non erano andate molto bene; Pinco, il cane, aveva stanato una quaglia nascosta fra gli sterpi ma troppo presto, e l’aveva mancata. Era giovane quel cane, lo zio Battista glielo aveva detto: ci sarebbe voluta ancora una stagione per diventare un vero cane da caccia come Baldo, che se n’era andato l’anno prima dopo dodici anni di onorato servizio.

In quel momento però il cane fiutava una pista e si avvicinava alla boscaglia; strano, pensò Santo, in questa stagione lepri, fagiani e quaglie in genere cercano cibo fra i campi, ma se il cane aveva avvertito qualcosa non bisognava richiamarlo.

A circa una cinquantina di passi dai primi alberi Pinco si fermò ed abbaiò. Sempre presto, troppo presto: alzò la canna del fucile e si mise in posizione di sparo, anche se la distanza per colpire un uccello che si fosse alzato era ancora troppa, ma nulla si levò in cielo dalla macchia.

Potrebbe essere una lepre che ha scavato la tana fra i lecci o addirittura un cinghiale; sorrise, pensando che aveva il fucile carico a pallini del sette: e che gli avrebbe fatto al cinghiale con quelle cartucce, il solletico?

Il cane intanto era entrato nella macchia ed abbaiava. Lo seguì, e s’inoltrò in mezzo a quei lecci scuri, dove la luce che filtrava era appena sufficiente ad orientarsi.

Pinco abbaiava in lontananza, sulla destra, e fece fatica a raggiungerlo scavalcando rami spezzati e attraversando fossi che i temporali autunnali avevano scavato nel bosco: finalmente lo vide, fermo a terra, che fissava qualcosa davanti a sé.

Ansimando per la salita lo raggiunse; con fare sconsolato stava per richiamarlo giacché non c’era traccia d’animali, quando alzò gli occhi e vide qualcosa.

Quello che Santo vide non avrebbe mai voluto vederlo, nemmeno al cinema. Un uomo penzolava da un ramo di un leccio con una corda al collo. Aveva la giubba aperta, una giubbetto azzurro e, pur annebbiato dallo spavento, riconobbe una divisa militare. Alzò gli occhi ed incrociò lo sguardo vitreo dell’impiccato. Santo Melliti si voltò dall’altra parte e vomitò.

I fantasmi del generale

 

Se possiedi alcun suono od uso di voce, parlami!

Se esiste una qualsiasi buona cosa da farsi,

che può arrecare a te conforto e a me la grazia, parlami!

Se già conosci il destino del tuo paese,

e il conoscerlo possa, per avventura, servirci a schivarlo: oh, parla!

 

William Shakespeare, Amleto (1603), Atto Primo, Scena I

 

I

 Il prete si voltò lentamente verso l’uditorio «Il Signore sia con voi» «E con il tuo Spirito» risposero i fedeli, poi scese i gradini dell’altare e si avvicinò alla bara, la benedisse ed iniziò a recitare l’orazione: «De profundiis clamavi at te Domine…»

Seduta in prima fila, accanto alla madre, Clara Gomez Fonseca reprimeva a stento le lacrime che cercavano in ogni modo di farsi avanti e che avevano già intriso il fazzolettino bianco che stringeva fra le mani.

Terminate le orazioni si fecero avanti quattro militari, afferrarono saldamente la bara ed iniziarono il lento tragitto verso il sagrato della chiesa di Santa Maria de la Concéption dove attendeva, accanto al carro funebre, una piccola folla di amici e colleghi di papà.

Appena giunti sul sagrato l’ufficiale di picchetto salutò con la sciabola e gli uomini presentarono le armi: l’ultimo saluto dell’esercito al generale in congedo Alfonso Gomez Pacheco, nato a Bahia Blanca il 12 gennaio 1929 e morto, dopo una lunga malattia, il 7 luglio 2001 a Coronel Dorrego, piccolo centro sul mare a metà strada fra Mar de la Plata e Bahia Blanca, 400 chilometri a sud di Buenos Aires.

Quello era il paese di papà, ricordava Clara mentre, stringendo la mano della madre, seguiva lentamente il feretro. Il paese di papà dove aveva vissuto coi nonni, quei nonni che non aveva mai conosciuto e che avevano trascorso tutta la vita nella fazenda di San Sébastian, una decina di chilometri all’interno.

Chissà com’era papà da ragazzo…spesso se l’era chiesto…aveva cercato risposte respirando l’aria dello studio e della sua camera nella vecchia fazenda…aveva stretto fra le mani gli stivali con gli speroni, aveva chiuso gli occhi e si era aperto nella mente l’orizzonte della pampa, vento e scalpiccio di cavalli, gauchos e muggiti d’animali.

Forse quella era stata l’adolescenza di papà…forse…in realtà non gli aveva mai parlato molto della sua vita di ragazzo…la mamma…doña Dolores l’aveva conosciuta a Buenos Aires e sapeva poco di quelle parti: era nata e cresciuta nella capitale, una “cittadina”, e non sapeva respirare l’aria delle pampas.

Tornavano spesso nella casa di Coronel Dorrego, sul mare, e ricordava ancora le lunghe vacanze estive trascorse con Ramon e la mamma, mentre papà rimaneva a Buenos Aires al comando della divisione: li raggiungeva solo a Gennaio, quando l’aria iniziava a precipitare torrida dalle roventi pampas verso l’oceano e si potevano finalmente fare i bagni.

Raramente andavano alla fazenda; talvolta papà li lasciava e trascorreva un paio di giorni a San Sébastian, tanto per verificare i conti dell’azienda con Miguel, il fattore. Quando tornava portava sempre ciliegie, albicocche e meloni: la sua passione.

Il corteo varcò il cancello del piccolo cimitero arroccato su un’altura, un’increspatura della costa, dalla quale il blu del mare invernale inondava gli occhi.

Dopo l’ultima benedizione s’avviarono verso il loculo: un operaio attendeva con un secchio di cemento e la cazzuola in mano.

La bara fu fatta scivolare all’interno del loculo da mani esperte e subito l’operaio iniziò a richiudere il vano con i mattoni. Clara distolse lo sguardo: non desiderava che quella fosse l’ultima immagine di papà da fissare nella mente, ma per trovarne di felici doveva andare anni indietro, prima della malattia, degli ospedali, della sedia a rotelle.

Anche la mamma aveva distolto lo sguardo; osservava la fotografia del loculo accanto “Ramon Gomez Fonseca n. 2-febbraio-1960 † 28-5-1982”. Ramon sorrideva col berretto dell’aviazione appoggiato all’indietro ed il ciuffo di capelli che scendeva sulla fronte. Teneva sempre i capelli lunghi al limite dell’ordinanza e papà lo rimbrottava un po’, ma lui continuava a far finta di niente…

Faceva freddo anche quel giorno di giugno, il giorno del funerale di Ramon. Strano funerale, ricordava ancora, con tante lacrime ma senza bara, ed un funerale senza bara è ancora più triste, più vuoto del vuoto della morte.

Ufficialmente Ramon era stato definito “disperso nell’Atlantico Meridionale, a sud delle Isole Malvinas”: in realtà, da quand’era decollato dalla base di Rio Gallegos sul suo Mirage, nessuno aveva saputo più nulla.

Forse era stato abbattuto dai caccia inglesi o dalla contraerea delle navi, o forse era precipitato senza carburante sulla via del ritorno: in quella stagione un uomo poteva resistere poco più di mezzora nelle fredde acque dell’Atlantico Meridionale.

La perdita di Ramon aveva assestato un colpo mortale alla famiglia; papà s’era rinchiuso in un silenzio glaciale: rimaneva ore ed ore nello studio al buio, ascoltava musica classica e fissava il vuoto.

Non aveva atteso i gradi di generale di corpo d’armata e se n’era andato in pensione prima possibile. Per qualche anno, fino al termine degli studi, le erano rimasti accanto a Buenos Aires poi, quand’era entrata in Polizia, piano piano avevano allungato i periodi di permanenza a Coronel Dorrego.

Diego, era stato Diego che li aveva definitivamente acquietati: pensavano ad un prossimo matrimonio e non sentivano più necessaria la loro presenza, così tornavano a Buenos Aires solo ogni tanto, del resto anche lei e Diego preferivano, appena avevano un po’ di tempo, raggiungerli al mare.

Poi erano cominciati gli screzi, fino alla scoperta di quella storia di Diego con la dottoressa. Non gli aveva mai perdonato quel tradimento, anche perché era toccato a lei, per caso, scoprirli in macchina vicino all’ospedale. Se quel giorno non avesse dovuto recarsi al nosocomio per ritirare il responso di un’autopsia chissà per quanto tempo la storia sarebbe andata avanti…

L’appartamento di calle Corrientes era grande per lei sola ed aveva iniziato una strana vita da single; presa com’era dal suo ruolo di commissario si era gettata a capofitto nel lavoro ed il viso di Diego iniziava ad allontanarsi, piano, ma iniziava a sbiadire.

Miguel si avvicinò «Posso darvi un passaggio?» Clara si rivolse alla madre «No, torniamo a piedi, ce la faccio…»

«Grazie Miguel, ma ha sentito la mamma…» «Davvero signora Gomez, se non se la sente non ha che da dirlo…»

«No, grazie ancora Miguel, una passeggiata mi farà bene, grazie»

«Allora io vado…ah, signorina Clara, se vorrà venire una volta alla fazenda…per i conti…il povero papà ultimamente non aveva più potuto seguire le cose…»

«Verrò, verrò Miguel, ma non si preoccupi: non ci conosciamo da ieri, e so che papà aveva una fiducia illimitata in lei…»

«La ringrazio, ma se verrà mi farà piacere…»

«Certo, appena tutto si sarà un po’ acquietato verrò.»

«Arrivederci signorina Clara, signora Gomez» e chinò leggermente il capo.

«Arrivederci Miguel» l’uomo salì sull’auto e partì in direzione di Coronel Dorrego, placidamente adagiato sul mare a poco più di un chilometro.

«Vuoi venire un po’ a Buenos Aires con me? Almeno per i primi tempi…»

«Ora no, fra un po’ forse…non me la sento di lasciarli soli così, all’improvviso…» e voltò il capo verso il cimitero, ormai alle loro spalle.

Forse era lei che non se la sentiva di rimanere sola, forse quelle passeggiate che, era sicura, avrebbe fatto ogni giorno fin su, al cimitero, l’avrebbero fatta sentire meno sola.

«Dopodomani devo tornare a Buenos Aires, il lavoro…se vuoi posso chiedere ancora qualche giorno, non credo me lo rifiuteranno…»

«No, torna; con tutto il tempo che sei dovuta assentarti negli ultimi tempi…tanto ormai…io avrò da fare: dovrò sistemare le cose di papà, le questioni burocratiche e tutto il resto…poi verrò un po’ a Buenos Aires, ci faremo un po’ compagnia come ai vecchi tempi, ricordi?»

«Sì mamma, certo…come ai vecchi tempi…» e le strinse forte la mano.

II

Carmen Novello aprì gli occhi ed osservò la debole luce dell’alba che filtrava dalle tapparelle, appena sufficiente a tingere di grigio le ombre della stanza da letto. L’appartamento in calle Guillermo Rosas, al primo piano, era l’ultimo a ricevere la luce del mattino e, in quella stagione invernale, fino al mezzodì era in penombra.

Il ticchettio della vecchia sveglia ritmava lo scorrere del tempo nella semioscurità: la sagoma scura ed imponente del vecchio armadio con lo specchio incombeva ai piedi del letto, e rendeva la modesta camera ancora più piccola.

Carmen si alzò, indossò la vestaglia e si avviò verso la cucina per preparare il caffèlatte: un giorno come un altro, uno come tanti nella vita di Carmen Novello vedova Sobrero, pensionata al minimo in calle Guillermo Rosas 52.

Aprì le imposte e sul muro ingiallito dal tempo della cucina comparve la foto scattata una vita prima di fronte a quel santuario in Italia…come si chiamava…non era lontano dal paese dal quale suo padre era partito ottant’anni prima, dai monti di Cuneo alle Ande.

Sorridevano, sorridevano in un mese di giugno caldo e luminoso come il cielo del Natale argentino; Mario aveva rimboccato le maniche della camicia bianca e Mercedes sorrideva sotto il cappello di paglia che le avevano comprato da un venditore ambulante sulla piazza: metteva in mostra un sorriso col buco dei denti da latte caduti.

Che anno era? Non ricordava con precisione…forse il 1961 o giù di lì…era stata l’unica volta che si erano recati a trovare i parenti italiani, poi non era più accaduto.

La macchinetta del caffé iniziò a gorgogliare sul vecchio fornello a gas e Carmen girò la manopola. Strana la vita, strana perché sempre pronta a stravolgerti il domani in un attimo, un giorno qualunque di settembre o di febbraio.

Un giorno di settembre era stata chiamata dalla polizia municipale che la invitava a recarsi al comando, un giorno qualunque di settembre nel quale l’argine di un canale aveva deciso di sciogliersi improvvisamente nelle acque limacciose. In un soleggiato mese di settembre, quel fiumiciattolo aveva deciso di ghermire proprio quel monticello di terra erto a difesa dell’abitato e l’aveva trascinato a sé, insieme al camion che scaricava terra per rialzare la difesa.

Così se n’era andata la vita di Mario, in un secondo nel quale un misero rigagnolo aveva deciso di riprendersi la terra che gli uomini scavavano dal fondo: non il maestoso rio de la Plata, ma un piccolo affluente del quale pochi conoscevano il nome aveva carpito loro marito e papà.

Il destino però non guarda in faccia al sole, al vento ed alle stagioni e, in un caldo giorno di febbraio, s’era portata via Mercedes, suo marito Bruno ed il piccino che portava in grembo. Quella volta non era giunta nemmeno la telefonata: a volte il fato non è solo sordo, è anche muto.

A nulla era servito il suo peregrinare fra il posto di polizia del quartiere e la caserma “Manzanilla” di calle Rodolfo Carrero, nessuno sapeva cos’era successo quella mattina nel piccolo appartamento di calle Maraňon. La porta era rimasta aperta ed il letto sfatto, l’acquaio ancora ingombro dei piatti della sera precedente e la radio accesa: ancora una volta il destino, come per Mario, aveva avuto poco tempo per occuparsi di loro.

Di tempo, da quel lontano febbraio del 1975, n’era trascorso un fiume: quasi a compensare la fretta con la quale s’era interessato alla sua famiglia, il fato le aveva concesso decine d’anni da trascorrere in quella casa vuota, anni ritmati da Natali silenziosi ed inverni che non finivano mai.

Se non fosse stato per quel punto interrogativo che da anni aleggiava fra il letto e la cucina, la Pasqua ed il Natale, sarebbe tornata dai parenti in Italia: una cugina le aveva scritto più volte invitandola a tornare lassù, dove aveva ereditato una parte della grande fazenda sotto le Alpi di proprietà del padre.

I morti si possono anche lasciare, si può ricordarli pregando in chiesa ma i punti interrogativi non hanno posto dove andare: non c’è requie, chiesa o cimitero che possa accoglierli. Vagano nell’aria calda estiva o sibilano portati dal vento invernale, come i fantasmi.

Così era rimasta lì dove si era sposata ed aveva cresciuto Mercedes, l’unica figlia giacché, per quanto lo avessero desiderato, un altro figlio non era mai arrivato.

Scese lentamente le scale per recarsi in strada, a fare la spesa…fare la spesa…quelle parole, ormai, facevano quasi sorridere. In anni lontani sì, prendeva la borsa, controllava il denaro nel borsellino e scendere a fare la spesa era una cosa normale, ovvia come suonare un campanello o chiudere le imposte.

Oggi no, fare la spesa significava sperare, coi pochi soldi rimasti, di riuscire a trovare le poche cose che si riuscivano ad acquistare; spesso era uscita per acquistare il pane ed era tornata con due saponette od un litro d’olio: dipendeva da cosa c’era sulle bancarelle e nei pochi negozi aperti.

Era come se il fato avesse deciso di riprendersi la ricchezza e la bellezza della terra argentina: era scomparso tutto, come se un perfido mago, ogni notte, lanciasse un maleficio. Ogni giorno che passava c’erano sempre meno soldi e meno cose da comprare, mentre aumentava quotidianamente il frastuono dei cazeroleros, la gente che protestava di fronte alla Casa Rosada.

Forse era giunto il momento di pensare seriamente all’invito della cugina italiana: in fondo, per rimanere a lottare ogni giorno per un litro di latte e qualche panino mal cotto, tornare alla fazenda di suo padre, lassù sotto le Alpi italiane, era l’unica soluzione.

Aveva addirittura pregato il Signore di non risvegliarla più, una mattina qualunque, quando gli faceva più comodo: se ne sarebbe andata in punta di piedi senza protestare, in silenzio come viveva da quasi trent’anni.

Ma il Signore, il fato ed il destino sembravano essersi coalizzati per lasciarla lì, e dopo essersi manifestati due volte alla sua famiglia in modo brusco e repentino, sembravano essersi acquietati e s’erano dimenticati di lei, Carmen Novello, pensionata al minimo in calle Guillermo Rosas.

Con fatica scese le due rampe di scale che portavano all’androne, passò di fronte alle cassette delle lettere senza nemmeno guardare se c’era posta: da quando la crisi era precipitata erano spariti anche i volantini pubblicitari. Forse costava troppo mandare in giro dei ragazzi a riempire le buche delle lettere per vendere qualcosa che non c’era. Con la coda dell’occhio vide qualcosa di bianco nella buca in alto, la prima, no…la seconda…era la sua…armeggiò nella borsa e trovò le chiavi.

La busta era chiusa e portava l’intestazione “ IV distretto di Polizia – Buenos Aires”. La voltò e si stupì del destinatario, “Mario Sobrero calle Guillermo Rosas 52”: era tanto tempo che non leggeva più quell’intestazione, tanto tempo davvero…

Aprì la busta. Dentro, su un foglio di carta intestata, poche righe: “La S.V. è pregata di presentarsi presso il IV distretto di polizia all’indirizzo indicato sulla busta in orario d’ufficio 9 -13 15 – 18, sabato solo mattino, per comunicazioni che la riguardano”.

Carmen ripose la busta nella borsa della spesa e guardò l’orologio: erano le otto e mezza. Il posto di polizia era due isolati dietro; decise di andare quella mattina stessa: il fato non poteva avere più armi che la potessero spaventare.


 

Il gabbiano tradito

 

Eh no: tutto non le posso dire.

O che le dico il paese

o che le racconto il fatto:

io però, se fossi  in lei,

sceglierei il fatto,

perché è un bel fatto.

 

Primo Levi La chiave a stella 1978

I

La pista dell’aeroporto di Nizza iniziava vagamente ad apparire sullo sfondo bruno dei monti, poco oltre le ultime case della capitale della Costa Azzurra. Strana città Nizza, pensava Rodolfo Carini mentre diminuiva la potenza del motore e si apprestava ad estrarre il carrello.

Strana città davvero, cosmopolita senza essere un carnaio come New York o Londra, eppure provinciale come una qualsiasi città della costa ligure o francese.

«Qui Nizza, identificazione» la radio gracchiò nell’interfonico.

«Volo PR 231 da Venezia, piano di volo numero 326 del 10-2, richiesta di atterraggio» rispose quasi meccanicamente.

«Ok 231, portatevi sul circuito 2 di attesa a 2500 piedi, vi comunicheremo quando dovrete allinearvi alla pista. »

«Ci faranno perdere altro tempo?»

Questa volta la voce nell’interfonico era della contessa, l’unico passeggero, che era seduta nella piccola cabina del Chessna alle sue spalle.

«Lo sa contessa come vanno queste cose: prima hanno la precedenza i voli di linea, poi gli elicotteri, ci metta in mezzo qualche pezzo grosso che scende in Costa Azzurra…e la frittata è fatta!»

Si era ben guardato dal pronunciare la parola “VIP” con la contessa perché sapeva che non la gradiva: in quei voli privati, più che mettere alla prova le sue capacità di pilota, bisognava sfoderare tutto il bon ton possibile e la diplomazia.

«Sono attesa a pranzo dai Ritter a Villefranche per le 13, solleciti un po’…insomma: dobbiamo proprio essere gli ultimi della fila?» il tono della contessa era leggermente alterato.

«Vedrò che posso fare…» guardò l’orologio: le undici e venti. Alla contessa non piaceva sentirsi l’ultima della fila anzi, forse era per quella ragione che non le bastava il casinò di Venezia: ogni tanto doveva mostrarsi in prima fila ai tavoli di baccarat di Montecarlo, altrimenti la vita le veniva a noia.

Magari potessi io avere simili problemi…l’unica preoccupazione di dover scegliere in quale casinò d’Europa gettare al vento le rendite di aziende agricole, fabbricati ed azioni della contessa Paola Vittoria Renzetti Vendramin.

E sì che la contessa era ancora una donna piacente ma mai, in quegli ormai cronici spostamenti, aveva visto un uomo al suo fianco: l’unico orgasmo che la matura nobildonna doveva provare era quello del tavolo verde.

Prima che la contessa si spazientisse ricorse al solito, vecchio trucco «Nizza, torre di controllo Nizza, qui PR 231 da Venezia: 280 libbre di carburante, chiediamo di poter atterrare.»

«PR 231, conferma livello carburante.»

«280 in diminuzione»

«Possiamo passarti sulla pista 2 ma eseguiremo un controllo sul carburante residuo. PR 231, accetti?»

«Contessa, posso scendere ma costerà qualcosa in più: c’è una multa di cento dollari se scoprono che avevo più di 300 libbre di carburante.»

«Non si preoccupi dei cento dollari: voglio essere a Villefranche per l’una, mica posso far aspettare i Ritter a tavola…ma si rende conto?»

«Certo, certo, come desidera.»

«Confermo livello carburante e chiedo procedura accelerata..»

«Ok PR 231, allineatevi sulla due per 320°, scendete a 800 piedi.»

Rodolfo virò, portò l’aereo in rotta ed iniziò a scendere.

«PR 231, puoi allinearti a vista?»

«Come no…è grande come una piazza d’armi…» estrasse il carrello e diminuì ancora la velocità.

«Pronto»

«PR 231 esecutivo. Atterra sulla due e portati a sinistra dell’aerostazione, lato rifornimento, per il controllo.»

Il Chessna scese come un gabbiano sulla pista riservata, in genere, ai grandi velivoli commerciali, rullò ancora per quasi un chilometro ed andò a fermarsi vicino ad un Pilatus, un executive 8 posti con insegne austriache.

«Rodolfo, che ci fai qui?» domandò Jacques Villaret, uno degli addetti al rifornimento.

«Trasporto contesse!» disse piano.

«Ah, così ti metti in tasca in un giorno quello che io guadagno in un mese…»

«Ascolta Jacques, c’è qualcosa anche per te» il viso del francese assunse un che di stupore.

«Ho chiesto la procedura accelerata…la contessa voleva essere a Villefranche per pranzo…»

«E adesso hai qualche libbra di carburante che ti cresce…»

«Trenta dollari, ok Jacques?»

«Cinquanta vecchio marpione, altrimenti…»

«Ok, cinquanta.» porse le banconote all’uomo che le fece sparire nella tasca della tuta.

«Aspetta, ti faccio la certificazione.»

«Intanto accompagno la contessa.»

Aprì il portello della cabina e fece scendere la nobildonna «Mi chiama un taxi per favore?»

«Aspetti qui, vedo se trovo un telefono.» entrò nell’ufficio dove era sparito Villaret e lo vide intento a battere qualcosa sulla tastiera di un computer. «C’è un telefono?» l’uomo, senza voltarsi, indicò una scrivania.

Mentre chiamava la centrale dei taxi Jacques si avvicinò e posò sulla scrivania un foglio. Lo sguardo di Rodolfo corse subito ad un riquadro in fondo al documento: 240 libbre.

La contessa attendeva in piedi, accanto all’aereo «Venga contessa, il taxi sarà qui a momenti.»

«Bravo Rodolfo, bravo: aspetta, ti firmo l’assegno…quanto devo aggiungere?»

«Cento dollari…come le dicevo, la multa…»

La donna estrasse un libretto degli assegni, tracciò alcuni segni, strappò l’assegno e lo porse «Va bene?»

«Benissimo signora contessa, mi dia il bagaglio.»

«Oh, grazie Rodolfo, ma non pesa…»

«Dia a me…» attraversarono il piazzale e la hall dell’aerostazione. Al check-in l’addetto fece segno di passare: pochi attimi dopo la Mercedes nera partiva in direzione di Villefranche. Rodolfo Carini diede ancora un’occhiata all’assegno, lo piegò e lo mise nel portafogli.

II  

La casa era modesta, come tutto era modesto dopo la guerra nel paesino di Nevesijnie, nel sud della Bosnia, quasi al confine col Montenegro. Quello che non era modesto era distrutto: travi annerite dal fuoco e famiglie trascinate via dalle piene di una tragedia durata quasi un decennio.

Un filo di fumo indicava che la casa era abitata, non come altri fantasmi che popolavano la collina. Dentro, due uomini erano seduti presso il fuoco: non dovevano essere di quelle parti, se ancora c’era qualcuno in Bosnia che potesse dire d’avere una parte.

Uno terzo uomo che pareva più giovane, sui vent’anni o poco più, si teneva in disparte presso la porta d’ingresso e guardava all’esterno da una finestrella.

Dei due uomini seduti accanto al fuoco uno doveva essere il padrone di casa, sempre che le case avessero ancora un padrone da quelle parti, mentre l’altro era visibilmente un ospite, ben vestito ma senza ostentazione.

Entrambi portavano lunghe barbe, grigia quella dell’ospite, mentre quella del padrone di casa era ancora priva dei segni del tempo.

«È proprio come ti ho spiegato: i soldi non mancano anzi, sono troppi…» disse il più anziano.

«Però non possiamo certo considerarla una maledizione…» rispose l’altro.

«No di certo, però il tuo compito, d’ora in avanti, sarà proprio quello di trasformare i soldi in qualcos’altro: potrai acquistare case o terreni per poi rivenderli, oppure prestarli per poi riaverli “puliti”…»

«Ma i russi…»

«I russi non vogliono questi soldi. Sono troppi e sono ancora troppo vicini ai carichi che arrivano dal Pakistan e dall’Afghanistan, puzzano ancora…»

«Dall’Afghanistan arriva ancora roba?» chiese con aria stupita.

«Meno, meno che in passato. La guerra ha scompaginato un po’ la rete…le strade non sono più sicure come prima, con tutti quei soldati in giro…però i soldati non si allontanano mai troppo dalle basi, soprattutto la notte, e stiamo organizzando di nuovo la rete. Su per i passi fino al Pakistan, poi giù fino a Karachi, come prima…»

«Allora non curerò più l’acquisto delle armi dai russi…»

«Per ora no, un altro prenderà il tuo posto L’incarico che ti conferiamo è più impegnativo rispetto alle armi: dovrai trovare il modo di far circolare questo denaro a piccole somme e recuperarlo, non è una cosa facile e, soprattutto, ci vuole tempo.»

«Come farò a trovare il modo…»

«Non ti lasceremo certo solo: ti giungeranno messaggi con nominativi, situazioni da seguire, persone da contattare. Non sarà facile, lo so, ma la causa te ne sarà oltremodo grata.»

«A volte penso che avrei preferito combattere gli infedeli lassù, fra le nostre montagne…»

«Non dirlo nemmeno per scherzo; ti capisco, ma non dirlo nemmeno per scherzo. La situazione sta evolvendo a nostro favore ed abbiamo bisogno di gente che lavori per la causa, soprattutto di gente abile come te. Lascia che pensino al martirio quelli che non hanno le tue capacità: servi vivo, almeno fino a quando Allah, sia sempre benedetto il suo nome, lo vorrà».

«La situazione sta evolvendo…non capisco…a Kabul siede un traditore…»

«Ancora per poco, per poco vedrai: ma non è questo che interessa. Sapevamo già di non poter resistere a lungo in Afghanistan: è in Arabia Saudita, Egitto, Iraq, Siria e Libano che la situazione evolve a nostro favore. Il colpo che abbiamo inferto agli infedeli è stato terribile, ed ha dimostrato che è possibile colpire il nemico in casa, quando meno se lo aspetta. Lo sai cosa pensano oggi i giovani del Cairo, di Damasco, dei campi profughi in Libano?» l’altro non rispose.

«I giovani pensano che i dirigenti corrotti, i politici che hanno svenduto la loro fede per fare affari con gli occidentali sono nemici di Allah, sempre sia lodato il suo nome, tali e quali agli infedeli. E sai cosa credono? Che l’unica strada è la guerra santa contro gli infedeli senza condizioni né ripensamenti!»

«Sì, però i traditori al potere al Cairo ed in Giordania continuano a perseguitarci, a sguinzagliare i loro uomini contro di noi, ad ucciderci peggio che se fossimo cani infedeli…»

«Lascia tempo al tempo amico mio. Lascia che il messaggio passi, corra dalle moschee alle caserme: è lì che inizierà la fine dei traditori, quando capiranno di non poter più fare affidamento sui loro uomini fidati, quando non saranno nemmeno più sicuri dentro ai loro palazzi, è lì che i traditori cadranno come susine marce dal ramo.»

«Ci vorrà tempo, molto tempo…»

«Sì, è vero, ma il tempo sta giocando a nostro favore: ovunque i giovani si offrono per combattere la guerra santa contro gli infedeli. Se gli americani faranno una mossa falsa, attaccare uno stato islamico, uno qualunque, anche se si trattasse di quell’infedele di Saddam Hussein, l’acqua salirà sempre più nel vaso, fino a traboccare».

L’altro uomo parve convinto e galvanizzato dalla fiducia che sprizzava dagli occhi dell’amico «Lavorerò con ardore, puoi esserne certo.»

«Ricorda sempre che più denaro riuscirai a ripulire e più armi potremo far giungere ai giovani che combattono, dalle Filippine all’Algeria, gli infedeli occidentali ed i loro alleati sionisti, ma sii prudente, attento ai passi falsi!»

«Certo, farò attenzione, certo…»

«Bene, ero sicuro che avrei trovato in te l’uomo giusto. Allah il Misericordioso, sempre sia lodato il suo nome, mi ha condotto nella casa di un uomo giusto, un vero combattente, ed io gliene sono riconoscente.»

«Quando potrò iniziare?»

«Riceverai istruzioni da Jamal, che terrà i contatti fra noi. Qualora Jamal non dovesse farsi vivo, non cercarmi e nasconditi meglio che puoi: saremo noi a trovarti.»

«È arrivata la macchina» avvertì il giovane alla porta.

«Salutiamoci allora: arrivederci e che il Profeta ti protegga amico mio.»

«Arrivederci Khadir.»

«Arrivederci Hassan.»

L’uomo uscì e salì sulla jeep che scese subito la strada sterrata, fino a scomparire oltre la prima curva.

«Vieni Jamal, prepariamo il tè.»

Hassan el Tarfa osservò l’acqua che saliva nella teiera fino all’orlo, e gli tornarono in mente le parole di Khadir: l’acqua sarebbe salita, fino a traboccare dal vaso.

Indice

Trapassato presente

 

 

 

 

I

pag.

1

 

II

pag.

1

 

III

pag.

3

 

IV

pag.

4

 

V

pag.

6

 

VI

pag.

8

 

VII

pag.

9

 

VIII

pag.

11

 

IX

pag.

13

 

X

pag.

15

 

XI

pag.

17

 

XII

pag.

19

 

XIII

pag.

22

 

XIV

pag.

23

 

XV

pag.

24

 

XVI

pag.

25

 

XVII

pag.

27

 

XVIII

pag.

28

L’anatra sbagliata

 

 

 

 

I

pag.

29

 

II

pag.

30

 

III

pag.

31

 

IV

pag.

32

 

V

pag.

34

 

VI

pag.

36

 

VII

pag.

37

 

VIII

pag.

40

 

IX

pag.

42

 

X

pag.

45

 

XI

pag.

48

I fantasmi del generale

 

 

 

 

I

pag.

50

 

II

pag.

52

 

III

pag.

54

 

IV

pag.

56

 

V

pag.

58

 

VI

pag.

61

 

VII

pag.

63

 

VIII

pag.

65

 

IX

pag.

66

 

X

pag.

68

 

XI

pag.

69

 

XII

pag.

71

 

XIII

pag.

73

 

XIV

pag.

75

 

XV

pag.

77

 

XVI

pag.

80

Il gabbiano tradito

 

 

 

 

I

pag.

81

 

II

pag.

83

 

III

pag.

85

 

IV

pag.

86

 

V

pag.

89

 

VI

pag.

92

 

VII

pag.

94

 

VIII

pag.

96

 

IX

pag.

98

 

X

pag.

99

 

XI

pag.

100

 

XII

pag.

101

 

XIII

pag.

103

 

XIV

pag.

105

 

XV

pag.

106

 

XVI

pag.

107

 

XVII

pag.

109

 

XVIII

pag.

112

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[1] Ogni riferimento a persone, cose, o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

[2] Nella stesura originale di Theodorakis, il verso venne buio all’improvviso recitava invece venne buio sulla Grecia: la censura di quegli anni non rinunciò nemmeno ai minimi particolari.

[3] Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.