Come l'onda

Errare humanum est...

Del primo morto non si parlò molto: si pianse, questo sì, ci s’addolorò in coro, ma la causa fu sempre addossata alla fatalità, al tragico incidente.

Ciò che più amareggiò, fu la tragica solitudine che doveva aver trafitto gli ultimi istanti di vita di Bernardo Porrelli, agricoltore di 61 anni.

A trovarlo fu un cacciatore che si recava ad addestrare il cane, perché nelle boscaglie del Cornieto – distanti oltre cinque chilometri dall’ultima casa abitata – ci si recava per tre soli motivi: a caccia, in cerca di funghi o per tagliar legna.

La primavera era oramai dietro l’angolo, e senz’altro Bernardo stava cercando d’abbattere più alberi possibile prima della chiusura del taglio[1]: ci sarebbe stato ancora tempo – fino ad Aprile inoltrato – per smembrare i tronchi, tagliarli e portare a casa il legname.

Era stata senz’altro la fretta a condurre Bernardo al suo tragico destino: la bramosia di vedere la catasta di tronchi giungere fino al soffitto della rimessa, la consapevolezza che la vendita avrebbe fruttato milioni e milioni di lire.

Gli incidenti nei boschi e nei campi – talvolta – violentavano la piccola comunità arroccata sulla Langa, ma quella di Bernardo era stata una disgrazia davvero mostruosa e terrificante.

Il dottor Marenco – nel suo referto – aveva sentenziato che la morte era sopraggiunta per dissanguamento e schiacciamento della cassa toracica: il primo dovuto al taglio dell’arteria femorale, causato dalla motosega, il secondo al peso dell’albero che, cadendo, lo aveva travolto. C’erano, inoltre, altri traumi minori un po’ dappertutto, dei quali nessuno pensò d’approfondire l’analisi giacché, quando una quercia di parecchi quintali cade a terra, distrugge tutto come un tornado.

Bisogna riconoscere che fu veramente difficile pensare ad altro, ad un improbabile omicidio, giacché mancavano due elementi essenziali: le analisi sul cadavere (che, come ricordavamo, per alcuni aspetti poco evidenti furono ignorate) e il movente. Non era forse vero che, Bernardo, non aveva contenziosi con nessuno?

Al riguardo di quest’ultima affermazione, il maresciallo Ferrini aveva qualche dubbio: se Bernardo non avesse avuto nessun motivo di lite con i vicini – in quelle terre – sarebbe stato un angelo piovuto dal cielo, buono solo per fare il pastore nel Presepe.

Tutti sapevano che una lunga causa giudiziaria lo divideva dal fratello Bartolomeo, per i confini dei campi della Morosa, le migliori terre che avevano ricevuto in eredità dal padre, ma quasi tutti gli abitanti dei paraggi avevano un contenzioso aperto con un parente: in alcune famiglie, per simili motivi, avevano addirittura smesso di parlarsi tra fratelli.

Non era il caso di Bernardo: visto che i due fratelli avevano sposato le sorelle Alda e Laura Carrieri, almeno a Natale ed a Pasqua la famiglia era obbligata a rivedersi per mangiare insieme i ravioli ed assaggiare il Dolcetto nuovo, appena imbottigliato.

Così, la dottoressa Costa – Sostituto Procuratore alla Procura della Repubblica di Mondovì – non ritenne nemmeno opportuno eseguire un sopralluogo: l’archiviazione fu immediata, giacché si trattava di un incidente. Fu invece necessaria l’autopsia – richiesta per dovere d’ufficio dall’Ispettorato per gli Infortuni sul Lavoro – e da quelle carte emerse un quadro terrificante: Bernardo presentava una profonda ferita alla coscia sinistra, che aveva reciso di netto l’arteria femorale, opera della motosega impazzita. C’erano poi – come ricordavamo – lo schiacciamento della cassa toracica, che aveva immediatamente arrestato il battito cardiaco, ed una forte commozione cerebrale nella parte occipitale del cranio, anch’essa dovuta – evidentemente – all’impatto con il grosso tronco o con il terreno. Evidentemente.

Qualcuno si meravigliò che, un esperto agricoltore come Bernardo, si fosse fatto cogliere impreparato dalla caduta del tronco, ma si sa che la stanchezza spalanca sempre le porte alla fatalità.

Ma, dalla morte alla scoperta del cadavere, nel pomeriggio, erano trascorse almeno sei ore – così sentenziò il dottor Marengo – segno evidente che la sciagura era avvenuta la mattina, quando Bernardo non poteva essere così stanco; la sua colazione, difatti – i panini con il salame ed il bottiglione di vino – fu ritrovata intatta nella borsa sul trattore.

Sì, alcuni piccoli dubbi rimasero, ma ci pensarono i proverbi a mettere le cose a posto: “Il momento del belinun[2] viene sempre”, come affermano in Liguria, oppure “Se è destino è destino”, come bisbigliarono, al funerale, le beghine scotendo la testa.

Nessuno si prese la briga di raccogliere gli ultimi alberi abbattuti da Bernardo, perché il figlio – Giuliano – era stato appena assunto in Ferrovia come macchinista ed assegnato, come prima destinazione, al compartimento di Perugia: ci sarebbero voluti almeno un paio d’anni per avere il trasferimento.

Neanche il fratello Bartolomeo volle saperne d’andare a raccogliere le querce abbattute: non voleva rimestare le ramaglie dov’era morto il fratello, raccontò in paese. Non voleva correre il rischio che qualcuno aggiungesse un’altra carta alla causa in corso, soggiunsero le malelingue.

Scherza con i fanti...

«Aiuto, aiuto, per carità...»

Nell’ancor tiepida sera di settembre, la voce giunse fino alle orecchie della signora Assunta, che proprio in quell’istante stava per gettare i maccheroni nella pentola dove ribolliva l’acqua. Per un istante meditò di gettare la pasta, prima d’andare a vedere dalla finestra chi chiedeva aiuto con quel tono così disperato: avvicinò il piatto ai vapori, lo ritrasse, lo riavvicinò, infine, lo posò una volta per tutte sul tavolo e corse alla finestra.

Non vide nessuno, ma nel medesimo istante si scatenò l’inferno: il campanello che suonava all’impazzata ed un frastuono di pugni che battevano contro la porta. Sorpresa, decise di guardare prima dallo spioncino: il marito sarebbe tornato a momenti dai campi, ma era l’imbrunire, ed era sola in casa.

Con gran sorpresa, in mezzo a quel trambusto di colpi e di squilli, le apparve nel piccolo cerchio il viso, distorto dalla lente, di Martina – la figlia dei Cassera – i quali abitavano in paese, in una villetta sulla strada principale.

Aprì immediatamente e la giovane si precipitò nella stanza seguita da Brillo, il bastardino che aveva notato tante volte abbaiare e ringhiare, con velleitaria serietà, nel loro giardino. Martina s’abbatté su una sedia senza chiedere permesso, rovesciò il piatto di maccheroni che la signora Assunta aveva posato sul tavolo ed il cane fece rizzare il pelo a Gnuffi, il gatto di casa.

La ragazza, incurante del disastro combinato, piangeva a dirotto tenendosi il capo fra le mani, senza curarsi del fango che aveva abbondantemente sparso sul pavimento della cucina, che la signora Assunta tirava sempre a cera.

La scena che si presentò al signor Attilio, quando aprì la porta di casa dopo aver sistemato il trattore nella rimessa, fu veramente insolita: il cagnolino ringhiava da un angolo della cucina, sua moglie era in piedi e porgeva un fazzolettino alla figlia dei Cassera, che a sua volta piangeva come una fontana.

L’ingresso d’Attilio pose fine allo psicodramma: si sa che certe situazioni reggono solo fin quando la stasi è totale, e basta l’ingresso di un nuovo attore sul palco per ribaltare la scena.

Chi le aveva sparato? La ragazza rispondeva a monosillabi, scotendo soltanto il capo per affermare o negare. Non era stata colpita? Ma...allora, le avevano sparato sì o no?

No, sembrava che non le avessero sparato, ma il fucile puntato addosso sì, proprio puntato contro, ed aveva percepito anche il rumore di uno scatto...come quando si chiude una porta con la serratura a molla...poi non ricordava più nulla...era scappata con Brillo che la rincorreva...

Ma, dov’era successo?

Giù, all’ansa del fiume, mentre portava a spasso il cane: un uomo vestito di nero, un vero e proprio spaventapasseri, con un cappello a tesa larga...

Al signor Attilio cadde l’occhio sul calendario della Parrocchia, dov’erano accuratamente cerchiate con la biro rossa le lune e le date delle fiere del bestiame: era giovedì, ed il giovedì non è giorno di caccia.

Un bracconiere? C’era un cane? No, l’uomo era solo, senza cane e sembrava attendere proprio lei: era fermo e la aspettava – nell’incerta luce dell’imbrunire – all’ansa del fiume, laggiù, vicino ai ruderi della Noceta.

Non poteva essere che un cacciatore o un bracconiere – pensò il signor Attilio – escono all’imbrunire per tentare la fortuna, per cercare qualche cinghiale ferito e sfuggito il giorno prima ai battitori...ma non vanno in giro armati: troppo pericoloso, se ti prende il guardiacaccia...

Al massimo, si portano appresso il coltello per sgozzare l’animale ferito; poi, lo nascondono in qualche cespuglio e tornano, a notte fonda, con l’auto per portarlo a casa...sapeva che era già successo, perché i cinghiali feriti si avvicinavano al fiume disperati, per bere o per calmare il bruciore dei pallini nella carne: si gettavano in acqua senza più curarsi della prudenza, del loro istinto a non mostrarsi all’uomo.

Aveva riconosciuto chi le aveva sparato? Oh, buon Dio: e ci voleva tanto a dirlo? Ora l’avrebbe accompagnata a casa dal padre; poi, sarebbero andati insieme dai Carabinieri per informarli dell’accaduto. Attilio – passato lo stupore – iniziò a temere che il pasto serale si stesse allontanando, e parecchio.

La ragazza però, stranamente, continuava ad affermare d’aver riconosciuto chiaramente lo sparatore ma non ne faceva il nome: singhiozzava sì più lentamente, ma continuava a piangere, ad asciugarsi le lacrime, a soffiarsi il naso e basta.

Ma la curiosità è femmina – recita il proverbio – e la signora Assunta, mentre le accarezzava con premura materna i capelli, le chiese ancora una volta se era ben sicura del riconoscimento, se avesse visto chiaramente in viso la persona che le aveva sparato...cioè...che aveva provato a spararle...beh, insomma...

Martina smise di singhiozzare, sollevò senza pudore il viso per mostrare gli occhioni azzurri, oramai rossi come peperoni maturi, poi lasciò sfuggire soltanto un nome: «don Fulgenzio, don Fulgenzio Romero».

«Don...don Fulgenzio...il prete?» la ragazza annuì col capo.

Un silenzio colmo d’imbarazzo piombò nella cucina, e solo in quel momento la signora Assunta si ricordò di spegnere il gas, che altrimenti il fuoco avrebbe iniziato a bruciare il fondo della pentola.

Don Fulgenzio Romero era stato parroco del paese, un parroco ricordato quasi come un santo dai paesani, tanto che in chiesa c’era un suo ritratto a grandezza naturale, in una cappella a lato dell’altar maggiore.

Don Fulgenzio osservava con sguardo severo i parrocchiani ad ogni messa, ed i suoi occhi – che spuntavano dalla tesa del largo cappello nero – perdevano lo sguardo all’infinito. Il guaio era che – sotto il quadro – c’era una scritta in gotico dorato: “Monsignor Fulgenzio Romero, mai dimenticato dai suoi parrocchiani, n. 1767 † 1832”.

A quel punto, il signor Attilio caricò la ragazza sulla sua “Panda” e la portò a casa, dal padre: insieme, decisero d’informare i Carabinieri.

Di fronte al maresciallo Ferrini – che per sua fortuna aveva già cenato – si presentò una scena che, definire ridicola, era fare un torto ai guitti.

Nella vita ne aveva viste di stranezze: se si fermava un attimo – e lasciava scorrere nella mente una galleria di personaggi – appariva una panoplia d’individui da popolare un manicomio.

Come dimenticare il vecchio Giovanni Basiglio, ed il figlio ancor più matto, aggiustatore meccanico alle Acciaierie del Tanaro, che intorno al 1960 s’erano messi in testa di costruire un elicottero per dare il verderame alle viti? Il paese aveva riso del bello e del buono per un paio d’anni, fino al primo collaudo, quando la pala d’acciaio – al primo avvio del motore – aveva reciso di netto un palo che reggeva la pergola, facendo crollare sui malcapitati e sul marchingegno volante un quintale d’uva acerba[3].

Matti ed infatuati dalla creduloneria – ecco cos’erano i suoi compaesani – come Robertino della Tagliata: il ragazzo, aveva letto in un libro che era possibile ricavare lo zucchero dagli aceri. In una sola stagione estiva, aveva inciso e rovinato un centinaio di piante, sue e dei vicini. Come se non bastasse ancora, aveva seminato odio e vecchie latte dell’olio nei boschi, raccogliendo sì e no un quintale di formiche.

I pensieri transitavano veloci nella mente del maresciallo Ferrini mentre osservava il viso, solo parzialmente ricomposto dopo la brutta avventura, di Martina Cassera.

«Io non l’avrei nemmeno portata...» quasi bisbigliò il padre scotendo il capo «ma ha insistito...»

«No, avete fatto bene...solo che...si potrebbe fare una denuncia nei confronti d’ignoti, sarebbe la soluzione migliore, ma se ci mettiamo un nome...»

Per giunta, il nome di un parroco defunto da quasi due secoli...roba da matti! Già le denunce nei confronti d’ignoti, per il 99% dei casi, servivano solo ad ingombrare gli scaffali dell’archivio: una denuncia nei confronti di un morto no, può essere pericolosa, perché può ribaltarsi contro chi la espone!

Il maresciallo Ferrini riuscì a far comprendere il concetto al padre della ragazza: non si può accusare di tentato omicidio un morto, altrimenti si rischia la perizia psichiatrica. Aveva capito?

«Sì, ho capito, sì...» assentì la ragazza «però quell’uomo mi è sembrato proprio don Fulgenzio, ci giurerei sopra...»

Il maresciallo – nell’udire quelle parole – sospirò e s’abbatté contro lo schienale: aveva dimenticato una serie di circostanze ben custodite nella mente, tutte le dicerie che conducevano alla stregoneria ed ai fantasmi, altra galleria di ricordi ricca e variegata.

Si partiva dal fantasma di Rodolfo del Carretto, che appariva – sembrava quasi costantemente – fra i ruderi del suo castello con la spada sguainata e l’elmo in mano, si passava quindi ad Angiolina, figlia del farmacista morta di spagnola nel 1916, che vagava – n’erano tutti certi – fra le tombe del camposanto per cercare la madre, fino a Costanzo Maglieri, che aveva ucciso moglie e figli con l’accetta subito dopo la Grande Guerra, e tornava ogni notte a piangere i suoi cari fra i ruderi della cascina di Mezzo, su in alto, appena sotto i ripetitori della televisione.

Volente o nolente, facevano tutti parte della popolazione locale, come i nomi incisi sulle tombe al camposanto, in una ridda di fatti, ricordi e dicerie che costituivano il manto del loro essere, l’involucro dei ricordi e di una cultura.

E passi pure che ogni tanto si faccia vivo un fantasma – Ferrini non ci credeva, ma accettava di buon grado che qualcuno ci credesse – ma che un fantasma si facesse vivo per spaventare a morte una ragazza di vent’anni, beh, ce ne passa...

Osservò meglio la ragazza: nonostante gli occhi segnati dal pianto, era molto bella. Un piccolo tatuaggio con una tartaruga occupava l’avambraccio, mentre un brillantino mostrava il piercing al naso.

Era sola al fiume? Proprio sola? Non è che – per caso – c’era con lei qualcuno che l’aveva spaventata...che le aveva fatto del male...insomma...e per proteggerlo dava la colpa ad un prete morto da due secoli?

No, no – la ragazza scoppiò nuovamente a piangere – non è così...

Il maresciallo Ferrini comprese che – se una via c’era – era sbarrata, ostruita dall’ingombrate fantasma del prete, e da lì non si passava. Erano oramai le dieci e mezza di sera ed anche al maresciallo, l’improvvisa comparsa di don Fulgenzio, aveva causato un certo mal di stomaco, dovuto alla brusca interruzione della digestione.

Cosa volevano fare?

Il suo consiglio era di tornare a casa, fare una bella dormita e se l’indomani – e sottolineò quel se – la cosa era ancora viva e presente, potevano interpellare la psicologa della ASL, ma non un maresciallo dei Carabinieri che in simili situazioni – a termini di legge – è più d’impiccio che d’aiuto.

Il signor Cassera ed il signor Attilio compresero alla perfezione ciò che intendeva suggerire il maresciallo e, forse pensando ai resti della cena che li attendeva, salutarono e ringraziarono.

Martina Cassera si lasciò condurre docilmente a casa: la mamma le preparò una bella camomilla e le concesse di dormire – solo per quella notte, sia chiaro – con lei nel lettone, cedendo al padre il lettino circondato da foto di cantanti e peluche.

Nessuno – però – la vide più oltrepassare la casa di Attilio Rostagno: al primo pioppo oltre la cascina richiamava il cane e tornava sui suoi passi, come se un’invisibile barriera le impedisse il cammino, ma nessuno ci fece caso.

Anche Attilio – la mattina seguente, di buon’ora, mentre si recava a raccogliere il granturco – passò dal bivio che conduceva ai ruderi della Noceta. Nei giorni precedenti era piovuto, e sulla strada gli artigli del trattore lasciavano tracce evidenti e ben marcate. Confuse, fra i sambuchi ed i rovi, s’intravedevano i ruderi della cascina della Noceta, distrutta da un incendio durante il Fascismo: oramai si notavano solo – ad un occhio attento – pochi resti dei muri perimetrali.

La strada che portava a quelle vecchie mura era appena tracciata e nel fango – passando con il trattore – Attilio notò delle orme nitide e ben incise, che si dirigevano verso i resti della cascina. Era veramente strano che qualcuno passasse da quelle parti e, soprattutto, che s’inoltrasse verso quella macchia, sicuro dominio di bisce e vipere, ma non ci fece troppo caso. In fondo, non erano fatti suoi: di tutta quella storia, l’unica cosa che ricordava era la cena consumata, tanto per placare il bruciore di stomaco, alle undici di sera.

Lettera di una professoressa

 La morte della professoressa Ada Roncati Merello fu una morte annunciata: solo le circostanze furono inaspettate, ma sull’esito della sua avventura terrena nessuno ebbe perplessità, ovvero che fosse oramai giunta al capolinea.

Vittima di un incidente stradale, una banalissima scivolata in curva che l’aveva dapprima condotta in una ripida scarpata, per poi concludere il volo nel greto di un torrente.

«Forse è stato meglio così...» giunse a bisbigliare qualcuno fra le navate della chiesa, mentre il parroco enumerava con precisione le molte iniziative terrene della Roncati, dal suo impegno nel volontariato all’assidua e fattiva presenza nelle organizzazioni cattoliche della valle.

Nessuno – in definitiva – conosceva la verità, ma tutti – con altrettanta certezza – sapevano.

L’assenza da scuola per più di un intero anno scolastico, il viso smagrito, la parrucca ed i radi capelli corti che l’avevano in seguito sostituita, non lasciavano dubbi sul calvario sanitario che la povera insegnante aveva subito: la legge sulla privacy aveva protetto la forma, non la sostanza.

Eppure, nonostante il biancore del viso e le mani tremanti, non aveva mai smesso d’infondere coraggio con il suo ottimismo, la sua fede nella vita eterna dopo la morte e le sue esortazioni a non concedersi mai allo sconforto.

Ciò che il parroco raccontava era forse ancor riduttivo rispetto alla statura morale dell’estinta, perché un’innata e spontanea ritrosia l’aveva sempre protetta dal render pubbliche le sue opere di carità.

Figlia di ricchi commercianti, aveva ereditato una notevole fortuna economica: il marito, il ragionier Carlo Merello, era uno stimato dirigente della Banca Rurale; l’unico cruccio, che un po’ l’aveva turbata, era stata l’avarizia del Signore, che non le aveva concesso d’esser madre.

Con il consueto brio, però, non s’era lasciata abbattere ed aveva dedicato gran parte del suo tempo libero all’assistenza dell’infanzia, attingendo – e non poco – anche al suo patrimonio per soccorrere i bisognosi.

Qualche malalingua aveva battuto il tamburo del freddo rapporto coniugale, sostenendo che il ragionier Merello – pur nella sua irreprensibile condotta coniugale – aveva sostanzialmente avallato l’avarizia del buon Dio, non aiutando certo la moglie nel suo desiderio d’esser madre.

Anche le malelingue, però, nei confronti di Ada Roncati trovarono poco fiato per le loro trombe e si rassegnarono ad unirsi al coro delle preghiere.

Fatto assai curioso ed unico, fra le navate della chiesa erano presenti quel giorno alcune donne con lunghi scialli neri, che si confondevano con gli altrettanto funerei foulard delle vecchie del paese. La stranezza fu che quel gruppo rimase per tutto il tempo della messa in fondo alla chiesa, senza segnarsi né rispondere alla liturgia dell’officiante.

Non si poteva chiedere ai musulmani che vivevano in paese di partecipare ad un rito cristiano, seppur per l’ultimo saluto alla professoressa Roncati, ma l’aver concesso alle mogli d’esser presenti alle esequie era stato un segno d’affetto che non era sfuggito.

Al termine del rito funebre, un giovane del gruppo parrocchiale lesse una lettera, una sorta di testamento spirituale che l’estinta aveva desiderato vergare di suo pugno, affinché fosse letto alle sue esequie.

La lettera era un vero inno alla vita, ed esortava tutti alla fratellanza ed al reciproco soccorso, lasciando da parte razze, opinioni e religioni. Molti, nell’udire quelle parole, mentre fissavano la bara al centro della navata, piansero senza ritegno.

Fu toccante soprattutto il passaggio finale, nel quale l’estinta ricordava che “noi tutti siamo come piccoli sassi, minuscola sabbia che l’onda avvolge, macina e sostiene dalla creazione del mondo. In questo vorticare, apparentemente senza ragione, c’è tutto il nostro senso d’appartenenza degli uni con gli altri, ed è in quel mare che – sono certa – tutti, un giorno, ci ritroveremo”. Le lacrime scorsero senza freni, sui visi dei giovani come su quelli delle persone più anziane, che frequentavano oramai più funerali che feste di compleanno.

Il maresciallo Ferrini rimase sulla piazza per dovere d’ufficio: era tanta la confusione che bisognava regolare un po’ il traffico ed organizzare il deflusso dei partecipanti, che avevano senz’altro superato il migliaio.

Volle ascoltare – per pura curiosità personale – l’ultima persona che la Roncati aveva incontrato: Franco Gerlini, bibliotecario della biblioteca intercomunale, compagno di liceo e d’università dell’estinta.

Era stato un caso – aveva raccontato Gerlini – proprio uno strano e doloroso caso: mentre tornava a casa, s’era accorto che l’auto dietro la sua lampeggiava con insistenza, a pochi metri dal paraurti posteriore.

Guardando nel retrovisore, aveva sospettato che si trattasse dell’amica ed aveva rallentato. S’erano fermati ed avevano deciso di bere qualcosa nel bar di Gino, quello sul rettifilo.

No, non avevano parlato di salute: Ada non gradiva che si toccasse quel tasto.

Avevano invece ricordato i vecchi tempi, le comuni amicizie, gli anni oramai lontani trascorsi a Torino, alla Facoltà di Lettere. Bevuto? Ma per carità...Ada, dopo qualche indecisione, s’era lasciata convincere a bere un caffè, perché ricordava perfettamente che il medico glielo aveva proibito, ma ogni tanto trasgrediva...

S’erano lasciati sul piazzale di fronte al bar, infagottati nei piumini per ripararsi dal gelo di quella sera di Gennaio, promettendo d’incontrarsi per la lotteria benefica di Carnevale.

Invece, il destino attendeva Ada un paio di chilometri più avanti, in una curva che probabilmente celava accuratamente il gelo fra le pieghe dell’asfalto. No, non era stato lui a dare l’allarme, perché prima di partire dal bar s’era premunito di telefonare all’anziana madre – con la quale viveva – per avvertirla del ritardo: era sempre così apprensiva...

Gianluca Broglia, il figlio del postino – che percorreva la statale per recarsi dalla fidanzata – s’era improvvisamente trovato, nel cono di luce dei fari, l’immagine di un’auto quasi verticale, con il muso infilato nella debole corrente del corso d'acqua. Era scattato l’allarme, ma per la povera insegnante non c’era stato più niente da fare.

Carnevale era ancora lontano, e le festività natalizie stavano oramai svanendo nel ricordo: un periodo dell’anno vuoto come una brughiera spazzata dal vento, silenzioso come le infinite notti di Gennaio. Non poteva scegliere un periodo migliore per andarsene, Ada Roncati in Merello: in silenzio, in punta di piedi com’era vissuta.

Lo spirito è forte, ma la carne è debole?

 Il secondo morto fece molto scalpore, provocò nugoli di congetture, gettò nello sconforto i cuori più teneri ma, in fondo alle menti, non fece urlare per lo sbigottimento.

Della morte di don Giacomo s’accorse la signora Caterina, che s’era recata in parrocchia per pagare le messe di suffragio per il marito Arturo, da poche settimane passato nel mondo dei più. Siccome quel mattino nell’abitazione del parroco non c’era nessuno, dalla canonica era entrata direttamente in chiesa, percorrendo i pochi metri di un corridoio che ben conosceva: aveva cercato dappertutto, dal coro dietro all’altar maggiore fino alle piccole cappelle laterali. Niente: tutto era solitamente normale, come tutti i giorni; uscì un attimo sul sagrato e notò che la vecchia Panda del prete era posteggiata al solito posto, all’angolo della piazza.

Forse don Giacomo era uscito a piedi...magari sarebbe tornato dopo pochi minuti...

Ad ogni buon conto, la signora Caterina tornò in chiesa e spinse la porta che conduceva verso la torre campanaria, che era accostata: erano anni...no...decenni che non oltrepassava più quella porta; forse – a ben vedere – era da quando, ragazza, ancora si recava all’oratorio. Già, perché, l’unico motivo per passare dalla piccola ed antica porta, era per recarsi nel cortile dell’oratorio senza passare dall’ingresso principale.

Forse quel particolare avrebbe dovuto insospettire gli inquirenti, farli almeno riflettere un poco, posare per un attimo il pensiero fuori dai luoghi comuni, dal volteggiare fra il “si dice” ed il “ma tanto...”, e invece la morte di don Giacomo non fu nemmeno giudicata un evento sul quale indagare.

Varcata la porta, la signora Caterina poteva solo aprire il cancelletto che immetteva in cortile od accedere alle scale del campanile. Certamente sarebbe uscita verso il cortile, verso il chiarore di quel giorno di giugno che fiammeggiava, potente, dai vetri zigrinati. E così fu; la signora Caterina ruotò la maniglia per uscire, ma il piccolo cancello di ferro non acconsentì: era chiuso a chiave. Che stranezza – pensò – non ricordo che fosse mai chiuso a chiave...però le cose cambiano – subito s’affrettò a correggersi – e quando non passi per quarant’anni da una porta non puoi pensare che tutto resti uguale, immutato. Anzi, dopo tanti anni, c’era da meravigliarsi che esistesse ancora quel cancello.

Tornò dunque sui suoi passi per ritornare in chiesa, e solo allora s’accorse che la porta che immetteva alle scale della torre campanaria era socchiusa.

Perché si prende una decisione? Ah, saperlo...

Mai – in quel mattino di giugno – la signora Caterina avrebbe immaginato di rivedere la tortuosa scala che conduceva in alto, verso le campane ed il garrire delle rondini, mai avrebbe immaginato che, quei cinquanta euro che custodiva accuratamente nella tasca laterale della borsetta, l’avrebbero condotta così lontano.

Forse sarebbe stato meglio metterli in una busta: che maleducazione – pensò mentre spingeva l’antica porta di rovere – non li aveva nemmeno infilati in una busta; ma, dopo la morte del marito, aveva aperto tante, troppe buste per trovare ancora la voglia di cercarne una.

Per un attimo rivide l’inizio della sinuosa scala di pietra, gli scalini consunti ed arrotondati nel tempo da generazioni di campanari che s’erano arrampicati lassù, dov’era salita una sola volta – ragazza – per osservare il ricamo dei tetti sul borgo.

Per un attimo, per un solo attimo i ricordi di ragazza le spolverarono la mente, perché improvvisamente si pararono di fronte agli occhi due scarpe nere, un po’ consunte e con una suola bucata. Risalendo dalle scarpe ai calzini, alla tonaca, al colletto spiegazzato, Caterina incrociò lo sguardo vitreo di don Giacomo, che la fissava: oltre il collo del prete, la corda delle campane proseguiva fino ad un robusto gancio, per poi perdersi verso l’alto, verso le campane ed i raggi di luce che piombavano potenti dall’alto, ad illuminare un silente afflato di tregenda.

Le urla della signora Caterina, che si meravigliò di non esser svenuta – così raccontò alla fioraia, che la soccorse con una sedia ed un bicchiere d’acqua – richiamarono il cantoniere che stava spazzando il sagrato. Partì la telefonata ai Carabinieri.

«Arrivo, arrivo...»

La giacca, dov’è la giacca – pensò il maresciallo Ferrini prima d’uscire – dove l’avrò messa...perché un carabiniere – un maresciallo – non può presentarsi in pubblico senza la giacca d’ordinanza.

Certo, nei film ed in televisione – oramai – presentavano carabinieri in maniche corte e, addirittura, con i capelli lunghi, ma il regolamento prescriveva la giacca ed il maresciallo Ferrini – classe 1948 – non dimenticava mai il regolamento che aveva appreso in anni lontani, alla scuola sottufficiali.

Forse – se il maresciallo Ferrini non fosse stato “classe 1948” – il caso non sarebbe stato così frettolosamente archiviato, perché gli indizi c’erano, ma il suicidio di don Giacomo fu subito inserito nella casistica letteraria ed un po’ demodé dei romanzi d’appendice.

E’ raro che un prete si suicidi, che ponga al suo successore il terribile dilemma di concedergli, oppure no, il privilegio di lasciar riposare le spoglie in terra benedetta, ma può succedere.

Nonostante quel “classe 1948” il maresciallo Ferrini non era così sciocco da ignorare che il mondo era cambiato: forse non capiva più quel mondo – così lontano dalla cascina dell’astigiano dalla quale era partito, tanti anni prima, per la caserma “Cernaia” di Torino – ma non cadeva nell’inganno dell’immutabilità delle cose.

Era un prete, e allora? Forse che i preti non soffrono di solitudine, come tutti gli esseri umani?

Sapeva di preti che – approfittando dei sensi assopiti della Curia – avevano una compagna, una donna con la quale trascorrevano spesso l’intera vita perché, se si cedeva ad infrangere il Sacramento dell’Ordinazione, non si poteva violarne un secondo, ovvero il principio dell’indissolubilità del Matrimonio.

Don Giacomo – nonostante non fosse anziano – s’era sempre piccato d’essere l’esempio imperturbabile della fedeltà ai Sacramenti: mai una voce, una diceria, uno sguardo furtivo di quelli che infilzano.

E poi...quando mai s’era visto un prete astemio, che non amasse la buona tavola ed il vino?

Faceva quasi impressione – alle feste di paese, ai matrimoni, ai battesimi – vederlo alzare il calice colmo di chiara, frizzante acqua minerale: confessava d’assaggiare appena, per dovere di servizio, il vino della messa.

Troppo, aveva chiesto troppo al suo fragile spirito: questa era stata la conclusione alla quale era giunto il maresciallo. D’altro canto: cosa rimarrebbe della virtù senza il vizio? L’aveva letto in un giornale dal barbiere o dal medico, mentre aspettava il suo turno, e quel detto l’aveva colpito: non ricordava l’autore della sentenza, ma era senz’altro il parto di un saggio, uno scrittore o un filosofo, anche se il maresciallo Ferrini – ad essere sinceri – non aveva ben chiaro cosa fosse un filosofo.

Forte dell’esperienza “sul campo” del maresciallo, delle confidenze stemperate a quattr’occhi con lui, anche il magistrato – la giovane dottoressa Costa – s’era, infine, convinta: saranno pure preti però, un’intera vita da trascorrere in solitudine – ma in mezzo alla gente – a volte, può essere troppo.

Altrimenti – aveva aggiunto scompigliando la capigliatura bionda – noi donne saremmo proprio così inutili?

L’archiviazione del caso fu stesa in breve tempo, un venerdì pomeriggio sul portatile, a casa, mentre attendeva la chiamata del marito per scendere con il figlio e raggiungere Borghetto Santo Spirito, per il primo week-end al mare.

Giunse per le esequie un giovane prete dalla Curia: era nero come il carbone, veniva dall’Angola e non sudava nemmeno – con i paramenti sacri addosso – sotto il caldo sole di giugno. Non si pose il problema di giudicare se don Giacomo meritasse oppure no la terra benedetta, e lo accompagnò al cimitero – con l’intero paese al seguito – pochi giorni dopo San Giovanni. D’altro canto – in Angola – i morti ammazzati, straziati dalle guerre, uccisi dall’alcool e dall’AIDS, infranti dalla fame, violati nella carne e nello spirito trovavano sempre pace, tutti insieme, nel camposanto del villaggio, per fingere una pace che – in vita – non avevano mai conosciuto.

La pietà ebbe il sopravvento e questo no, non fu del tutto un bene, perché la pietas tutto comprende, avvolge, acquieta in un manto di lacrime ed amorevoli sorrisi. Anche gli assassini.

Indice

PARTE PRIMA: Uno scalcinato poker di sette

 

 

 

 

 

Errare humanum est...

 

pag.

2

 

Scherza con i fanti...

 

pag.

4

 

Lettera di una professoressa

 

pag.

8

 

Lo spirito è forte, ma la carne è debole?

 

pag.

10

PARTE SECONDA: Urla, vento e grandine

 

 

 

 

 

Un rombo di tuono

 

 

 

 

 

I

pag.

14

 

 

II

pag.

15

 

 

III

pag.

16

 

 

IV

pag.

17

 

 

V

pag.

18

 

 

VI

pag.

20

 

 

VII

pag.

22

 

 

VIII

pag.

24

 

 

IX

pag.

27

 

 

X

pag.

29

 

La tempesta

 

 

 

 

 

I

pag.

30

 

 

II

pag.

33

 

 

III

pag.

34

 

Il pozzo di San Patrizio

 

pag.

37

 

A volte tornano…

 

pag.

42

PARTE TERZA: Ogni tramonto segue la sua alba

 

 

 

 

 

Il cherubino

 

pag.

47

 

La grigia Langa dell’adolescenza

 

pag.

48

 

La prima barba

 

pag.

50

 

Palazzo Nuovo

 

pag.

54

 

L’accelerato diventa un rapido

 

pag.

56

 

Un caso fortuito

 

pag.

59

 

Lunghi, inutili anni

 

pag.

64

PARTE QUARTA: Sfuggente, come la sabbia

 

 

 

 

 

Quando meno te lo aspetti…

 

pag.

71

 

L’improvvisa burrasca

 

pag.

74

 

Addio

 

pag.

85

PARTE QUINTA: Urla dello spirito

 

 

 

 

 

Stupidamente, inutilmente, tragicamente

 

pag.

91

 

Maledettamente fortuito

 

pag.

96

 

Non doveva finire così

 

pag.

100

PARTE SESTA: Gazzarra di fantasmi

 

 

 

 

 

Semplici incrinature

 

pag.

107

 

L’ingorgo

 

pag.

113

 

Epilogo

 

pag.

122

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[1] La stagione del taglio degli alberi viene definita con precisione dai regolamenti emanati dal Ministero competente e dalla Guardia Forestale: in genere, si possono abbattere alberi dal 21 settembre al 31 di Marzo, per salvaguardare la stagione vegetativa delle piante. Al di fuori del periodo, gli agenti multano gli eventuali trasgressori.

[2] Stupido, poco accorto, distratto.

[3] Poco dopo la seconda guerra mondiale, un imprenditore di Millesimo (SV) si mise in testa di costruire un elicottero. Tanto era l’ardore che si costituì naturalmente, senza nessun obbligo né retribuzione, un gruppo d’operai dell’azienda che – la sera – si radunava in un capannone della fabbrica per costruire la macchina volante. La quale, ovviamente, non volò mai. Sic stantibus rebus...