Le carte del capitano

Una buona storia vale più di una vecchia tromba”

Dal film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore

I

Che strana storia da raccontare, strana veramente pensava Marco Peraldi mentre accompagnava dolcemente le curve col volante: d’altro canto, quando una storia è strana è strana davvero, mica per scherzo.

Le ultime case prima del rettifilo, l’ultima curva, la scuola: più di vent’anni passati ad entrare in quel portone, a salire le scale di marmo, quasi un’istituzione. Una storia normale, come tante altre: un insegnante come milioni di professori che varcano la porta di un qualsiasi istituto europeo; stesse storie, almeno apparentemente.

Strano compiere due volte l’anno gli anni, una per finta e l’altra per davvero, solo che in quella finta tutti ti fanno gli auguri, quella vera la conosci solo tu e conti un anno in più del quale gli altri non conoscono nemmeno l’esistenza.

Il rito dei saluti: buongiorno prof…salve…ciao, nuovamente ciao…ah, proprio lei professore, la cercavo per parlarle…cosa vorrà stamani il capo…

Le grandi finestre della presidenza lasciano sfilare un cielo azzurro, di quell’azzurro terso che indica freddo e vento forte in quota; il Preside parla d’impegni, future programmazioni, corsi…il cielo è terso e sembra non avere fine. Il cielo, in realtà, non ha confini: sono gli uomini ad imporli.

Fra tre giorni sarà il tuo compleanno e già qualcuno prepara gli auguri. L’altro compleanno non sarà in primavera ma cadrà in autunno, quando faggi e betulle arrosseranno e tu non troverai di meglio che il bosco per celebrarlo: funghi profumati per festeggiare un anno in più, un anno che nessuno conosce, così come non si conosce una storia che non potrà mai essere raccontata fino in fondo.

I fogli però sono bianchi, vergini e disponibili; per loro è la stessa cosa ricevere il disegno di un bambino, il conto della spesa o una storia che non si può raccontare: per i fogli anche le storie più belle sono solo graffi neri, nient’altro.

II

Faceva molto freddo anche quella mattina di tanti anni fa, un freddo umido e pungente che entrava nelle ossa attraverso la spessa tuta di volo. Sulla pista dell’aeroporto di Ostrow la nebbia si stava sollevando: ormai s’intravedeva il sole ed il ghiaccio ai bordi della pista brillava come un ricamo di diamanti.

Le sagome scure degli aerei iniziavano a farsi avanti ad una ad una, come soldatini di piombo allineati per l’assalto e non si vedeva ancora la fine della fila. Gli avieri erano già al lavoro; rimuovevano, uno ad uno, i grandi ripari di tela cerata che proteggevano il motore e le prese d’aria dal freddo della notte: anche negli hangar, la notte, non si superavano mai i 10 sotto zero.

Dalla pista 3, intanto, s’udivano già rumori di motori in riscaldamento: erano i Suska, i Sukhoi-7, chiamati dagli americani Fitter, i cacciabombardieri leggeri che spesso scortavamo in esercitazione.

Il reattore Lyukla dei Suska era più lento a scaldarsi, mentre il nostro Tumanskji andava più in fretta in temperatura; per quella ragione gli avieri preferivano i nostri caccia: mezzora in più da trascorrere nel locale mensa, al caldo a fumare e bere tè bollente.

Stavano arrivando anche da noi; gli avieri spingevano i carrelli con i generatori per avviare i motori dei nostri aerei: mezzora al decollo. Il primo Mig sputò una fiammata arancione dalla presa d’aria anteriore prima di avviarsi: gli avieri lo sapevano bene e non sostavano mai di fronte all’aereo. Era come un cavallo: mai stare dietro mentre qualcun altro sistema le briglie.

Il Mikoyan Gudrevijch Mig-21, definito dalla NATO Fishbed, era proprio un cavallo, un cavallino della steppa veloce e bizzoso almeno quanto il suo reattore. Piccolo e potente, in grado di spararti a 3000 metri in meno di un minuto ma bizzoso, al punto da spegnersi quando meno te lo aspettavi: il bello, si fa per dire, è che non sempre ripartiva.

Noi gli volevamo un gran bene lo stesso e non avremmo mai scambiato i nostri piccoli caccia con i poderosi Suska, più sicuri ma lenti: per tirare un loop dovevano prenotarsi la settimana prima.

La tuta di cuoio era pesante da portare: col casco e tutto il resto dovevo aggiungere almeno venti chili ai miei scarsi 65, ed arrivavo sempre alla scaletta sudato fradicio «Ancora dieci minuti compagno tenente Rudtinijev, dieci minuti e ci siamo: puoi già salire, almeno sarai seduto…»

«Grazie compagno aviere Sutzeliov, salgo.»

Potrà far sorridere ma era la procedura, e poi in russo la cosa non è così farraginosa come in italiano, scorreva meglio: una cantilena piacevole da ascoltare ed obbligatoria per le orecchie del Partito.

Mentre salivo la scaletta dell’aereo sapevo che l’aviere Sutzeliov stava già annotando sul brogliaccio l’ora esatta nella quale mi sedevo al posto di pilotaggio, segnando meticolosamente l’ora che leggeva dal grande orologio elettrico che svettava sopra al fabbricato della mensa.

Tutto si può dire del Mig-21 meno che fosse comodo: nonostante il mio modesto metro e settantaquattro ed i miei sessantacinque chili, ci stavo cucito come un palombaro nello scafandro.

Il capitano Njedvorov stava avanzando senza fretta lungo la fila in compagnia di Serghiei e Fjodor…ah, scusate, i tenenti Kasparilov e Prutskin, e passando accanto al mio velivolo mi salutò con la mano urlandomi qualcosa che non riuscii ad udire a causa del motore. Doveva essere uno scherzo, giacché Serghiei e Fjodor non la smettevano di ridere: al ritorno mi sarei fatto raccontare la faccenda, magari di fronte ad una bottiglia di vodka.

Accidenti, la graffetta…era proibito dal regolamento ma anche lo zampolit, il commissario politico del reparto, il capitano Zeljenko lo sapeva: infilavamo una graffetta nella corsia di scorrimento della manetta per evitare di portarla malauguratamente a zero. Il cavallino, come ricordavo, era bizzoso e non era il caso di provocarlo spegnendo accidentalmente il reattore in volo: la graffetta era quasi un’istituzione nei reparti da caccia sovietici dell’epoca ed i cadetti appena usciti dall’accademia la tenevano già nel taschino.

Sutzeliov si portò di fronte a me ed aprì il palmo della mano con le quattro dita alzate ed il pollice chiuso: sarei stato il quarto a muovermi dalla fila. Il capitano Njedvorov stava già rullando sulla corsia d’avvicinamento alla testata della pista ed il rumore aumentava. Si mossero quindi il 5 e il 9, Malatkin e Volskov, e Sutzeliov mi fece cenno che i tacchi erano stati tolti alzando le braccia: finalmente, toccava a me.

Mentre aumentavo dolcemente la manetta un rombo assordante passò sulla mia testa: sollevai il capo e vidi due Suska in formazione che si dirigevano a sud. Sapevamo che ci avrebbero atteso in circuito per avvicinarci in formazione al poligono: avrebbero dovuto sganciare le solite bombe finte, riempite di segatura, mentre a noi sarebbe toccato il compito di proteggerli in quota.

Passai di fronte a Serghiei e lo salutai con un cenno  quando udii l’urlo del primo reattore: mi voltai e vidi che il capitano Njedvorov stava già staccando il carrello da terra.

Due avieri stavano fumando appoggiati al loro semovente contraereo, proprio all’angolo della corsia d’avvicinamento; mi osservarono distratti mentre li superavo e vidi uno dei due berretti volare in aria: iniziai a ridurre la manetta per arrestarmi alla testata, come prevedeva il regolamento.

Finalmente anche Volskov sollevò le ruote del carrello da terra: entro due minuti dovevo essere in volo, era il regolamento. M’allineai alla pista e m’arrestai: l’aviere osservò in lontananza il Mig che si alzava in cielo ed abbassò la bandiera.

Lentamente portai la manetta al massimo, flaps estratti, fino ad inserire il postbruciatore: l’effetto era quello di ricevere un calcio al fondo schiena. La pista iniziò a fuggire velocemente ai miei lati mentre tenevo d’occhio l’indicatore di velocità; quando indicò 140 nodi accarezzai dolcemente la cloche tirandola verso di me: il Mig numero 7 sollevò la prua ed iniziò a salire in cielo.

Quello era l’attimo più dolce ma anche il più pericoloso: se qualcosa non avesse funzionato avrei avuto non più di tre secondi per decidere se tentare di posarmi a terra e salvare il velivolo o catapultarmi col comando d’emergenza.

A 100 metri di quota ritirai il carrello e spensi il postbruciatore; il tubo di Pitot indicava 190 nodi in accelerazione: mi voltai per cercare Volskov al quale avrei dovuto, in quell’occasione, “coprire le spalle”.

Chi non ha mai pilotato un jet militare non riesce a rendersi conto della velocità con la quale variano le distanze relative: in volo a 200 nodi si percorrono 110 metri al secondo. Al massimo della velocità in quota, intorno agli 800 nodi, si percorrono 400 metri al secondo ma in quota non ci sono punti di riferimento fissi e non ci si rende conto del fenomeno. Diverso è invece il caso di due aerei che percorrono rotte opposte: dal momento nel quale si riesce ad individuare otticamente il velivolo, all’attimo nel quale passa silenzioso alle tue spalle non trascorrono più di quindici, venti secondi. In pochi attimi devi decidere chi è l’intruso, se amico o nemico, verificare se ti sta tracciando col radar o se sta tracciando un altro velivolo amico, capire di che tipo d’aereo si tratta e decidere cosa fare.

A quel tempo avevamo simulatori così rozzi che servivano solo a verificare la capacità di navigazione e controllo del velivolo: il combattimento non era possibile simularlo.

Ogni tanto il comando proiettava filmati tratti dalle fotomitragliere dei Mig che combattevano in Indocina: immagini in bianco e nero nelle quali apparivano per una frazione di secondo i Phantom americani; il mio primo Phantom lo avrei visto, dal vivo, molti anni dopo in una mostra statica.

Mi portai alle spalle del 9 e sbattei le ali; Igor Volskov rispose sbattendo le ali: c’era il silenzio radio. Ci stavamo lentamente avvicinando ai Suska che volavano bassi, cinquecento metri sotto di noi: oggi so che anche in Russia gli altimetri sono tarati in piedi, ma allora non accettare l’unità di misura del nemico era un atto d’orgoglio che ci potevamo permettere.

Improvvisamente il capitano Fiedorov cabrò e portò il suo Mig in verticale: era il segnale che aspettavamo per eseguire le manovre spiegate prima del volo.

Igor virò violentemente sulla dritta aumentando la velocità; lo seguii tenendomi incollato alla sua coda finché non compimmo un intero arco di cerchio: Il nostro compito, nell’esercitazione, era mantenere il controllo dell’area nella quale operavano i Suska, mentre il 6 e il 4 erano scesi in manovra d’interdizione a bassa quota.

Il radar Phazotron consentiva di rilevare bersagli fino a venti chilometri circa ma solo entro i dieci riuscivamo a tracciare i bersagli, vale a dire sapere la loro rotta e velocità. A quel tempo non esistevano ancora IFF, che consentono di rilevare elettronicamente se si tratta o no di un velivolo ostile, e dovevamo procedere al rilevamento ottico per stabilire se si trattava d’amici o nemici: data l’esigua portata del radar, in realtà, l’unico strumento di rilevamento che avevamo a disposizione erano i nostri occhi.

Tutto terminò nel giro di due minuti e ci ritrovammo a tremila metri per rimetterci in formazione; in basso, i Suska sganciavano le loro bombe di segatura cercando di colpire tralicci costruiti con ruvide assi.

Dieci minuti dopo abbassavo il carrello e mi allineavo alla pista: anche quel giorno il 28° reggimento da caccia dell’Unione Sovietica aveva compiuto il suo dovere.

III

Quel paese è…quello vale tanto…quella persona è…quante volte tracciamo giudizi frettolosi su ciò che ci circonda dimenticando che ogni fenomeno, in fin dei conti, è un’imputazione della mente. Quei rettangoli di carta colorata che conserviamo accuratamente nel portafogli, quel denaro per il quale barattiamo il nostro tempo, se non ci fosse una banca centrale che ne garantisse il valore varrebbe quanto le figurine dei calciatori. Maya, come affermano gli indiani, l’illusione della mente che afferma come solidamente esistente ciò che in realtà è solo un’imputazione comune, poco più che una convenzione universalmente accettata. La strada che porta a casa è un lungo rettifilo costellato qui e là di case sparse, antiche costruzioni contadine rimodernate che conservano, dal classico comignolo, la testimonianza delle origini: il pennacchio di fumo della stufa a legna. La strada corre diritta e piana da scuola a casa, diritta e piana…piana per gli Euclidei, per i non-Euclidei è in realtà un arco di cerchio, una minima porzione di meridiano ma da secoli, per convenzione, la consideriamo piana. Solo i naviganti sanno che così non è, e non tutti gli archi di cerchio che tracciano su mappe piane hanno lo stesso valore: la realtà conduce al vero, la convenzione all’imputazione.

IV

Per ogni dopo c’è sempre un prima. Non vorrei affrontare il prima giacché non c’è molto da raccontare ma chi legge se lo aspetta: vediamo allora un po’ di raccontare quel “prima”, quello che successe prima del 28° stormo da caccia di Ostrow.

La prima cosa che manca, e ne mancheranno altre in questa storia, è la mia nascita: i miei primi ricordi risalgono al collegio Kaganovich di Leningrado, l’odierna San Pietroburgo. Il collegio era gestito dall’organizzazione dei “Pionieri dell’Unione Sovietica” un pietoso eufemismo per mascherare la realtà: eravamo orfani. Orfani della vodka o di qualche repressione politica, di morti accidentali, ma la principale causa era sempre lei: l’onnipresente vodka, la prima compagna dell’Unione, presente dalla periferia della sterminata federazione ai sottopassi della metropolitana di Mosca.

Non si viveva male al Kaganovich, anche se nessuno di noi aveva paragoni per effettuare il confronto: eravamo lì da sempre. Le camerate erano lunghe e spoglie ma il cibo era buono ed abbondante, così come lo studio e lo sport.

Quasi tutti, lo sapevamo, saremmo finiti nell’esercito: gli orfanotrofi, nell’URSS, erano il principale serbatoio che riforniva divisioni corazzate e sottomarini, aviazione e fanteria.

La scuola a quel tempo iniziava a cinque anni e terminava a 18: cinque anni di scuola elementare ed otto di superiori; al termine, con l’esame dell’ottava, si veniva dirottati presso fabbriche, uffici o nell’esercito che, come ricordavo, era la principale via d’uscita.

A scuola si studiavano letteratura russa e francese, matematica, fisica, scienza, storia, geografia, disegno e teoria marxista: non mancavano nemmeno gli scacchi disciplina nella quale, a dire il vero, non brillavo molto.

I nostri istruttori erano severi ma mai cattivi nei nostri confronti: la disciplina era molto rigida e c’eravamo abituati al punto che il pensiero di trasgredirla non ci sfiorava nemmeno. Lo sport era praticato da tutti: atletica, nuoto e, soprattutto, calcio, tanto calcio appena avevamo un po’ di tempo libero al termine delle lezioni.

D’estate ci recavamo in vacanza: l’intero collegio si trasferiva lontano, con viaggi in treno che duravano anche alcuni giorni. Fummo sul Mar Nero, un mare caldo al confronto del gelido Baltico che conoscevamo, dove ci divertimmo un mondo a fare i bagni, sui bassi Urali dove i nostri insegnanti ci condussero alla ricerca di minerali e sul lago Baikal, all’est, dove per la prima volta ammirai l’immensità della taiga asiatica.

I miei amici si chiamavano Lev e Dimitri, per tanti anni fummo vicini di banco e in camerata; col tempo ci siamo persi di vista: Lev continuò gli studi e finì ad insegnare matematica ad Omsk, sulla transiberiana, di lui non ho notizie da tanto. Dimitri s’imbarcò come marinaio, a 18 anni, sull’incrociatore Grozny che faceva parte del Sovmedron, la flotta del Mediterraneo, e mi scrisse per qualche tempo. Ricordo che mi raccontò dei porti libici e del canale di Suez: tutte cose che avevo letto solo sui libri e che in quelle lettere, grazie ai suoi occhi, apparivano come luoghi realmente esistenti, pieni di storie e particolari.

Mi diplomai nel luglio del 1963 con ottimi voti: ricordo che portai all’esame Verlaine, un poeta per il quale avevo sempre avuto un debole. Non era un esempio di poesia eroica, ma la letteratura francese ha sempre stregato la Russia: anche se a qual tempo era ancora vivo il mito di Stakanov e della guerra patriottica, c’era un sotterraneo accordo che concedeva di lasciarsi andare ai poeti francesi, anche se non corrispondevano in pieno ai miti virili dell’epoca.

A proposito di virilità: fino all’uscita dal Kaganovich la nostra virilità era stata convogliata completamente in palestra e nello sport. In poche parole: non sapevo cosa significava stare con una donna né, tanto meno, cosa fosse l’amore.

Superati gli esami dell’ottava, grazie all’ottima votazione, mi furono proposte due scelte: la Facoltà di Letteratura o l’Accademia Aeronautica. Ci pensai un poco e, a dire il vero, mi costò allontanarmi da Verlaine e Rimbaud ma prese il sopravvento il mio senso innato dell’avventura, un vento che mi avrebbe condotto a Kholdnogrsk, sul Mar Nero, al volo e ad Irina. Già, Irina.
 

Indice

 

I

pag.

1

II

pag.

1

III

pag.

4

IV

pag.

4

V

pag.

5

VI

pag.

6

VII

pag.

7

VIII

pag.

7

IX

pag.

9

X

pag.

9

XI

pag.

12

XII

pag.

12

XIII

pag.

15

XIV

pag.

15

XV

pag.

17

XVI

pag.

17

XVII

pag.

19

XVIII

pag.

19

XIX

pag.

22

XX

pag.

23

XXI

pag.

24

XXII

pag.

25

XXIII

pag.

27

XXIV

pag.

27

XXV

pag.

29

XXVI

pag.

29

XXVII

pag.

32

XXVIII

pag.

33

XXIX

pag.

35

XXX

pag.

37

XXXI

pag.

41

XXXII

pag.

41

XXXIII

pag.

44

XXXIV

pag.

45

XXXV

pag.

47

XXXVI

pag.

48

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