Canti di sottovento

Nel cuore della strega

                                                                                      "Ti t’adesciàe ‘nsce l’èndegu du matin

                                                                                           ch’à luxe a l’à ‘n pè ‘n tera e l’àtru in mà

                                                                                  ti t’ammiàe a ou spègiu de ‘n tianin

                                                                                        ou çe ou s’ammia a ou spegiu dà ruzà.

                                                                                             Ti mettiàe ou brùgu rèdennu’nte ‘n cantùn

                                                                                                 che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria..."

 

                                                                 Ti sveglierai sull’indaco del mattino

quando la luce ha un piede in terra e l’altro in mare

                                                                          ti guarderai allo specchio di un tegamino

                                                                                   il cielo si guarderà allo specchio della rugiada.

                                                                  Metterai la scopa dritta in un angolo

                                                                                    che se dalla cappa scivola in cucina la strega...

 

Fabrizio de André, a Çimma, dall’album Le nuvole (1990).

I

Sono nata nel 1603, ma ha poca importanza. Ero figlia di contadini anzi, servi: carne, occhi e sensi di proprietà del Marchese del Monferrato, come del resto tutto era suo, dai monti che ci separavano dal mare fin quasi alle vette che, dalla parte opposta, potevamo osservare ancora innevate nella tarda Primavera.

La fatica era tanta e la vita dura. A sedici anni sono andata sposa ad Arnaldo, figlio di contadini anch’egli, perché così aveva deciso mio padre. Sono passata dalle bambole fatte con le stoppie alle fasce rimediate dagli stracci: non è stato poi così difficile. Più gravoso è stato sopportare il peso di Arnaldo su di me quella prima notte, e il dolore che ho provato senza sapere né capire il perché.

Con gli anni, ed i figli, ho capito e mi sono a poco a poco abituata ma Arnaldo era già morto; una sera s’era gettato sul pagliericcio e non m’aveva guardata: la mattina seguente, quando m’ero alzata prima dell’alba per mungere la vacca, era già freddo.

Ho continuato a mungere la vacca mattina e sera, cuocere il pane e falciare l’erba, gettare le frasche nel camino d’Inverno e mietere il grano nella calura di Luglio fino a quel giorno, un giorno di Giugno, quando passarono i soldati mentre falciavo l’erba.

Non avevo ancora compiuto ventisei anni e non possedevo uno specchio cui chiedere se ero ancora piacente, oppure se quei campi, quelle zolle amare, m’avevano asciugato la pelle come quella di una vecchia: l’acqua del fiume era uno specchio tremulo ed ingannevole, troppo labile per cercarvi risposte.

La risposta giunse da quei soldati che scesero nel prato e mi circondarono: ancor prima d’aver meditato di fuggire, m’avevano afferrata e gettata a terra. Il primo si slacciò la cintura con la spada e si tolse l’elmo prima di gettarsi su di me: ricordo poco, solo che lo chiamavano seňor capitàn Nuňez de Gomero. Quel nome è tutto ciò che rammento.

Quando se n’andarono ero dolorante, sporca e sfinita. Raggiunsi il fiume e mi gettai nell’acqua torbida: non so se per levarmi di dosso quello schifo, oppure se per lasciarmi scivolar via la vita di dosso.

In quel momento la vidi, seduta, sulla riva. Sapevo che viveva in un cascinotto in alto, sulla collina, e che la gente sussurrava che avesse più di cent’anni, ma si sapeva poco di lei: Giulina, la masca, la strega, non era ben vista da nessuno e tutti la evitavano perché, in fin dei conti, avevano paura.

Nemmeno il prete voleva avere a che fare con lei: don Mergano era giovane ma aveva buone orecchie per ascoltare, quando la gente raccontava che don Gariglio era morto, ancor giovane, sputando sangue, bile e zolfo dopo un litigio con la Giulina per le nocciole del Vargano. Si sussurrava che, prima d’andarsene dalla canonica, la vecchia si fosse voltata e gli avesse lanciato un maleficio.

In quel momento, però, non avevo paura della Giulina: i suoi occhi non erano né buoni e né cattivi, come non erano buoni o cattivi gli occhi degli spagnoli, ma solo fissi e sudati.

Non so perché m’avvicinai alla riva e sedetti accanto a lei: mi lasciai cadere fra le erbe del fiume con la testa fra le mani.

«Ho visto tutto» esordì la Giulina, mentre rimestava le acque torbide con un ramo.

Mi voltai verso di lei e la fissai negli occhi. Mi sembrò che il suo sguardo penetrasse oltre il velo di fango che nascondeva il fondo del fiume: anzi, che guardasse oltre quel fondo e potesse vedere qualcosa che era oltre l’acqua e la terra, il Paradiso e l’Inferno.

«Vuoi vendicarti?» mi chiese improvvisamente.

Forse l’espressione del mio viso le narrò una risposta, qualcosa che le mie labbra non ebbero nemmeno la forza di pronunciare, allora continuò «C’è il modo, c’è...ma devi venire con me.»

All’improvviso, mi ricordai dei bambini: «Non posso...i bambini...i masnà, sono soli...»

«Non ora» disse a bassa voce, sollevando quel ramo dalle acque ed osservandone la punta contro il cielo terso «stanotte, quando i masnà dormiranno...vieni da me.»

Quando mi voltai stava già risalendo la riva del fiume appoggiandosi al bastone; pochi passi ed era già scomparsa oltre le fronde degli olmi e dei pioppi.

A fatica, mi rialzai per tornare a casa: passai per il prato a riprendere la falce e la pietra per affilare la lama. L’erba era tutta calpestata e schiacciata intorno a quel ferro lucente al sole, e per un momento avvertii un conato di vomito salire alla bocca: quasi fuggii, e tribolando ripresi la strada di casa. Giunsi, finalmente, che il sole iniziava a calare dietro a quei lontani monti scuri.

Preparai una zuppa di fagioli e ceci e ci affogammo dentro delle fette di pane. Bartolo, che aveva nove anni, aveva preso una carpa con le mani in una lanca del fiume: la arrostimmo sulle braci del camino e dividemmo quei pochi bocconi di carne che sapeva di fango.

Dopo aver munto la vacca mi sdraiai sul pagliericcio per dormire ma il dolore al ventre, che fino a quel momento non avevo quasi avvertito, non mi lasciava prendere sonno. Era come se il buio volesse inghiottirmi ad ogni istante, ma il bruciore e le fitte lo allontanassero.

In quell’istante ricordai la Giulina e le sue strane parole: stanotte...se vuoi vendicarti...vendicarti...quella parola mi ronzava nelle orecchie e mi riempiva gli occhi di una visione, quella della falce che penetrava profondamente il ventre dello spagnolo, del primo, l’unico che ricordavo bene perché gli altri non ero nemmeno più riuscita a guardarli, avevo stretto gli occhi e basta.

M’alzai a fatica, ed andai a sedermi sulla grande pietra, in cortile. Oltre il muro del porcile udivo il maiale muoversi e grugnire, mentre dalla folta chioma dell’olmo giungeva lo stridulo richiamo della civetta.

Quasi senza rendermene conto, m’incamminai lungo la strada: la notte era chiara e fiumi di lucciole uscivano dalle siepi. Camminavo guardando, fisso davanti a me, il nastro chiaro della strada e l’unico rumore che avvertivo era quello degli zoccoli contro la terra, quasi polvere bruciata dal sole dei lunghi giorni di Giugno.

Giunsi di fronte alla grande croce nera, quella dove si fermava ogni anno la processione prima di salire alla chiesetta di San Martino, a Novembre, per pregare il Signore di far crescere folto il grano nell’annata ventura e di tenere lontane la grandine e la malattia della segala.

A vederla così nera, stagliarsi nitida contro quel cielo chiaro, faceva quasi paura e non mi fermai; non feci nemmeno il segno della croce: era la prima volta che passavo senza segnarmi ma non provai nulla, perché non riuscivo più a provare niente, né a trovare qualcosa dentro di me che non fossero paura e schifo.

Non sapevo cosa avrei fatto al bivio, dove la strada si biforcava: a sinistra il fiume, a destra la salita verso la collina e la casa della Giulina; le mie gambe decisero per me, e mi ritrovai a salire.

La casa della masca aveva la porta aperta, e si capiva dal chiarore che il fuoco era ancora acceso: entrai.

La Giulina era accucciata davanti al fuoco e, le fiamme che le danzavano sul viso, lo facevano apparire di pietra, o come quello dei morti, che non cambiano mai espressione.

«Siediti» pronunciò senza nemmeno voltarsi.

M’accucciai al suo fianco di fronte al camino e rimasi rapita, per una attimo, dalla danza della fiamma intorno al ceppo.

Trasse da terra una ciotola e me la porse «Se ti fa ancora male, bevi.» Poi, vedendomi timorosa, aggiunse «Ti farà passare i dolori.» M’ero quasi scordata dei dolori ma bevvi: l’intruglio aveva un sapore amaro, ma mi lasciò in bocca un aroma gradevole.

«Io ti posso togliere il mal di pancia ma l’altro dolore, quello che ti fa stare ancor più male, te lo dovrai togliere da sola: io potrò aiutarti solo un poco.»

Il dolore al ventre stava attenuandosi «Oggi, hai parlato di vendetta...»

La Giulina annuì col capo «Sì, è vero, ma non credere che sia facile come togliere il mal di pancia: ci vorrà più tempo di quello che immagini, e sarà faticosa anche la vendetta.»

«Ma come potrò ritrovare quel maledetto...e poi: cosa potrò fare?»

«Te l’ho detto: ci vorrà più tempo di quello che tu riesci ad immaginare, ma potrai vendicarti.»

«Ma…se non so nemmeno dove sia andato?»

«Lo aspetterai ad un crocevia dove tutti, prima o dopo, dobbiamo per forza passare: non è detto che non sia proprio lui a ritrovarti...»

Al pensiero di trovarmi nuovamente di fronte lo spagnolo, la paura mi salì dallo stomaco «No, no, non è come tu credi» mi rassicurò la vecchia «prima o dopo, nella vita e nella morte, in qualche posto lo ritroverai...»

«Vuoi dire all’Inferno...o in Paradiso?»

La Giulina rise, ma il suo non era un riso allegro: era un riso amaro, di quelli che si fermano strozzati in gola e che lasciano gli occhi cattivi «Non credere a quello che ti racconta il prete. Dov’era Dio mentre quei soldati t’erano addosso? Dov’è Dio quando vengono a prendersi la metà del grano e delle mele, dell’avena e dei fagioli? Dov’è Dio quando i bambini muoiono perché non c’è da mangiare? Ah certo, potresti andare in Paradiso, ma ci ritroveresti anche quelli che ti hanno preso la farina e il formaggio, quelli che vanno a messa e poi passano a prendersi metà del tuo maiale!»

Lì per lì non capivo molto di quel che diceva la Giulina, però una fiamma mi bruciava dentro: dov’era quel Dio che avevo sempre pregato, sin da bambina, mentre i soldati mi strappavano la veste di dosso?

«Forse le cose non sono come te le hanno raccontate...forse siamo condannati a rivivere, per ritrovare quelli che ci hanno ammazzato, rubato, fino alla fine dei tempi!»

Piano piano, iniziai a capire qualcosa dei discorsi della masca...quando diceva che ci voleva tempo, molto più tempo di quello che ritenevo...

«Lo ritroverai, lo ritroverai lo spagnolo...però dovrai riconoscerlo...l’anima resta, ma il corpo cambia!»

«Allora tutto è inutile: anche se fosse come dici tu, come potrei riconoscerlo?»

«Lo riconoscerai...però dovrai avere fiducia in me: dovrò fare in modo che rimanga nella tua mente per sempre, che il fondo dei suoi occhi si fonda con l’essenza della tua anima. Non aver paura: non sentirai male né ti accorgerai di niente, basterà bere questa pozione...»

«E dopo?» chiesi, ansiosa.

«Dopo, quando lo incontrerai, avvertirai una vampa nel ventre mentre lo fisserai negli occhi, e potrai vendicarti!»

La Giulina aveva fra le mani una ciotola e me la porgeva. Non so nemmeno io perché la presi e bevvi: forse perché quel giorno era stato ancor più maledetto di quelli della grandine e della fame.

Provai un leggero stordimento ed avvertii che la mani della masca mi premevano la fronte mentre udivo vagare per la mente una cantilena...parole che danzavano al ritmo del fuoco, senza che ne capissi il senso...una nenia come quelle che si cantano ai bambini...poi più nulla, e caddi nel sonno.

La mattina seguente mi svegliai che il sole s’era già alzato. La Giulina era sparita e tutto mi sembrava un sogno, un pallido sogno dopo i tormenti del giorno prima. D’improvviso mi ricordai dei bambini e, senza guardarmi attorno, mi gettai a rotta di collo giù per la strada, verso casa.

Giunsi in vista di casa ansimante, e già dall’olmo udii i lamenti della vacca che doveva ancora esser munta; i bambini erano ancora nei loro giacigli: presi il secchio e corsi nella stalla.

La vita, dopo quel terribile giorno, riprese coi suoi ritmi di sempre, dettati dagli animali e dalle stagioni e, a poco a poco, mi dimenticai della Giulina: la vidi ancora qualche volta che raccoglieva bacche e frutti lungo il fiume ma, a dire il vero, di tempo me ne rimase ben poco.

Per prima s’ammalò Geralda: il suo corpicino si coprì di pustole nere e, quando venne la febbre, se ne andò senza nemmeno un lamento, poi toccò a Bartolo.

Una sera vidi la prima pustola nera, sul braccio, mentre mungevo la vacca. Dopo, ricordo poco; fu una mattina che m’addormentai, all’alba, invece di svegliarmi: ancora ricordo i muggiti della vacca, che doveva esser munta…

 

Martin

                                                                                                          “Mamma diceva:

                                                                                                                         stupido è chi lo stupido fa.”

dal film Forrest Gump di Robert Zemeckis, USA, 1995.

Martin nacque un giorno di Novembre, che il secolo era appena iniziato, sui monti dell’entroterra ligure: là dove castagni e querce iniziano a mescolarsi all’erica mediterranea, alla mimosa ed a qualche timido ma avventuroso olivo.

Il secolo che andava ad iniziare prometteva bene: giù sulla costa, i primi “vapori”, quelle navi con i fumaioli alti e stretti, andavano sempre più spesso ad adagiarsi accanto ai panciuti “barchi” a vela che trasportavano il minerale dall’Elba fino alla costa ligure, per alimentare i grandi altiforni, colossali torce di carbone e piriti che sbuffavano prepotenti nella tramontana.

Ma il mondo di Martin lambiva appena quel veemente inizio di Novecento; lassù, nel paesino sparigliato in tante frazioni, borgate, contrade e cascine isolate, il tempo imponeva ancora la sua legge antica, fatta di vacche e grano, patate e vino.

Il padre di Martin amava il vino, al punto che la moglie, il Sabato sera, doveva andarlo a raccattare giù per il sentiero che portava all’unica osteria dei dintorni; il copione era sempre lo stesso, che regnasse la calura di Luglio o che brillassero in cielo le limpide stelle del Natale: dal sentiero alla strada, o più spesso appoggiato alla spalletta del ponte, c’era un marito ubriaco da convincere a riprendere la strada di casa.

Ma il secolo aveva appena compiuto i primi passi che inciampò subito in una guerra, ed il padre di Martin si ritrovò con uno zaino in spalla a salutare la famiglia, riunita sull’uscio di casa. Baciò la moglie ed i figli e, insieme con altri Giobatta, Berto, Carlin, Beppe e Pinin, scese giù per il sentiero che portava alla strada, dove c’erano i Giobatta delle altre contrade e, tutti insieme, s’avviarono in città, per salire sul treno che li avrebbe condotti dove altri treni scaricavano anch’essi dei Giobatta e Carlin, che però parlavano una lingua diversa ed avrebbero cercato d’ammazzarli.

Martin vide qualcuno di quegli uomini che avevano cercato d’uccidere suo padre: erano prigionieri di guerra austriaci – così raccontava la gente delle contrade – e ogni mattina salivano dal sentiero, accompagnati dalle guardie, per andare a costruire nuove strade. Con zappa e piccone, al posto del fucile e della baionetta, aprivano lunghi solchi che graffiavano, col rosso sangue dell’argilla, il verde del bosco.

Le donne, dopo aver salutato i mariti, si ritrovarono a dover zappare anche la loro parte ma chinarono la schiena, più per nutrire i figli che per la Patria e s’ingegnarono, in quei lunghi anni, a mettere insieme il pranzo con la cena.

Poi, un bel giorno tutto finì, i prigionieri partirono e non ci furono più scassi, trincee e massi da cavare dai boschi. Il padre di Martin tornò e le donne, quelle che avevano ancora un marito, fecero festa perché speravano di poter tornare a fare le donne e basta: anche se, ogni tanto, bisognava andare a cercare il marito perduto sulla strada dell’osteria.

Mentre suo padre correva e scappava su dei lontani ed aridi monti, chiamati Carso, Martin aveva già finito la terza elementare, sapeva scrivere con diligenza il proprio nome e far di conto fino alle centinaia, salutare la bandiera e leggere la lunga lista di nomi incisi nel marmo della lapide, sotto al monumento ai Caduti in piazza, di fronte alla chiesa.

Appena tornato, suo padre prese due importanti decisioni: avrebbe piantato una nuova vigna lassù, oltre il bosco del Criulin, su quel cocuzzolo della collina spianato al sole da tutte le direzioni. L’altra decisione, che derivava dalla prima, fu quella che Martin era già abbastanza robusto per aiutarlo a scavare i profondi solchi sul fianco della collina da riempire di pali, fascine e letame, prima di piantare i virgulti di vite: a scuola, c’era già stato fin troppo.

Fu così che Martin iniziò la sua seconda vita, fra campi di patate da zappare e la vigna da curare, spruzzandola dopo ogni temporale estivo col verderame, e si divertiva a sciogliere quelle pietre blu scuro nella cisterna, per caricarsi poi sulle spalle la macchina del verderame, la medicina che teneva lontana la peronospora.

Più divertente era sbuffare lo zolfo subito dopo il verderame, quando ancora i tralci gocciolavano, con quel buffo mantice che infarinava le foglie delle vite come le frittelle, i friscieu che sua madre preparava nei giorni di festa.

Ma i friscieu non erano certo la regola: riso castagne e latte, pasta e fagioli erano i piatti di tutti i giorni, quando non erano solo castagne bollite o pane e latte.

Passarono così gli anni della sua adolescenza, e venne il giorno che il postino salì fin lassù per consegnare una missiva importante: Sua Maestà il Re gli faceva l’onore di chiamarlo, per andare a servire la Patria…

 

Cronache da Gerbaldo

E se ripenso all’intensità con cui allora rimpiangevo i cieli e le strade del Piemonte – dove ora vivo tanto inquieto – non posso concludere altro che così siamo fatti: solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale.”

Cesare Pavese, Terra d’esilio

Se la vita di un uomo s’esaurisse nel cibarsi tre o quattro volte il giorno, o recarsi al bagno un paio, non ci sarebbe molto da raccontare da Gerbaldo.

Nemmeno se si dovesse tenere il conto di quante volte scalda le lenzuola con la moglie, l’amante o con la fidanzata ci sarebbe molto da raccontare, giacché sotto tutti i cieli c’è qualcuno che inumidisce di sudore le coltri, anche a Gerbaldo.

In tutti i fazzoletti di terra che compongono il pianeta, pezze d’Arlecchino cucite su un tondo, succede sempre qualcosa; a Gerbaldo no: per questa ragione è necessario stendere rigorosamente la cronaca della vita, delle abitudini, dei segreti che circondano Gerbaldo.

Il paese è adagiato fra il monte e la piana, boschi e coltivi ed il fiume, che scende dalle ultime propaggini delle Alpi Marittime, lo lambisce quando non lo violenta.

Gerbaldo è ricco di chiese e, soprattutto, di campanili: ce ne sono di snelli e tozzi, barocchi e gotici, a cuspide o squadrati, in pietra e mattoni.

Alcuni di essi sono oramai in disuso: povere guglie di campagna, poco più che semplici antenne paraboliche del tempo che fu, mentre altri sono dei veri e propri ripetitori della voce del Signore che s’incarna anzi, s’imbronza nelle campane.

Pur essendo trino, il Dio cristiano è uno ed unica è dunque la sua voce, sia che lo scampanio annunci il Padre ammonitore, il Figlio consolatore od il misterioso ed etereo Santo Spirito.

Eseguite le necessarie analisi sul territorio, per stabilire quante e quali guglie del Signore fossero ancora atte a conseguire lo scopo, a Gerbaldo si decise che solo due erano ancora in grado di far veleggiare fra valli e monti il Verbo Divino, mentre le altre erano soltanto più degne d’attenzione per le umane e laiche Belle Arti.

Ma anche quella restrizione, la scrupolosa cernita fra voci argentine, gaudenti, lugubri od afone non condusse all’unicità del Verbo; due erano ancora le voci in grado di vibrare all’unisono con le anime dei gerbaldini: troppe, per non far nascere sospetti o, peggio ancora, per fomentare eretiche derive politeiste.

Ma le vicende divine, ahimé, spesso s’intrecciano con quelle terrene, giacché il libero arbitrio conduce gli uomini a dover discernere anche quale sia l’unica ed autentica voce Divina, ed a precipitare nel Limbo del silenzio uno dei contendenti.

Il pensionamento di un campanile è spesso motivo d’aspre controversie: quali parametri usare per operare la scelta? Lasciare al solo parroco il fardello della sentenza, stabilendo così un sotterraneo connubio con le correnti assolutiste, oppure rendere partecipe della scelta anche la comunità dei fedeli, giungendo così ad influenzare il “campanilismo” con le innovazioni del Concilio Vaticano Secondo?

Alcune frange estremiste insinuarono che era sulla legge dello Stato, e non su quella Divina, che i fedeli avrebbero dovuto sentenziare: incaricarono dunque il Geometra del Comune di tradurre, in termini campanilisticamente attendibili e rigorosi, la riforma pensionistica Ciampi-Dini-Maroni-Damiano.

Il solerte Geometra si mise dunque al lavoro e, operando l’ardua transustanziazione della carne umana in pietre, tegole e mattoni, giunse a stilare una completa ed esaustiva tabella che consentiva di pensionare adeguatamente campanili, campane, guglie, cuspidi, minareti, pinnacoli, gong, pagode, torri, stupa, totem, chörten e tralicci dell’ENEL.

Non abbiamo ritenuto il caso di dilungarsi troppo sulla tabella e non ci è sembrato necessario riportarla in appendice: certo, la completezza dello studio, le comparazioni, le costanti di trasformazione fra l’invalidità parziale di un arto ed un cornicione pericolante, le formule che comprendono gli anni di servizio, la lunghezza ed il diametro dei canapi delle campane, il numero e gli anni dei campanari, testimoniano un’ampia ricchezza di parametri e la loro grande varianza…

 

Le terre della mamma

Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa.

Chi li ha creati è la Bassa.

Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto.”

Giovannino Guareschi

La casa di Tilgher era piantata come un albero d’alto fusto, proprio all’incrocio fra due strade della “bassa”. Due vie polverose e strette con a fianco il canale, di quelle che non sembrano portare a nulla: solo ad altre strade e ad altri canali, con altre case ed altri Tilgher che fumano il sigaro seduti nell’aia.

Questa è la “bassa”, non quella che vorrebbero oggi dipingerci certi politici che fumano il sigaro e s’imbellettano con delle camicie verdi: roba che, nemmeno alla festa del paese, uno qualsiasi della vera “bassa” si sognerebbe d’indossare.

Perché la “bassa” non ha regione né patria, ideologia o credo: è “bassa” e basta.

Se non basta l’orizzonte infinito, ci si mette anche la nebbia a confondere i confini dei campi e delle regioni: solo i fiumi sembrano indicare qualcosa, ma oltre il fiume non c’è altro che “bassa”, altra “bassa”.

«Andem a pascar?» quasi sussurra Tilgher, mentre appoggio la bicicletta contro un pilone del fienile, uno di quei pilastri di mattoni pieni che forse hanno sfidato i Gonzaga ed i Lanzichenecchi, i Papi e gli Estensi. Non so se c’era già al tempo delle Signorie, ma mi piace sognarlo: un ordinato ammasso d’argilla, robusto come un trave di quercia, forte come la mano di Tilgher mentre salpa il tramaglio nell’ansa del Po…

 

Buondì, Natale!

Le parole sono l’ombra delle cose

                                                                                                              e le cose il model delle parole…”

                                                                                                     Pietro Aretino 

Dominante, minore, adagio

Quella che traspariva dalle tapparelle era una luce fioca, nunzia di una giornata grigia e senza sole: la penombra ammantava ancora la camera da letto di Natale Buondì che, semisveglio, si godeva gli ultimi attimi di tepore sotto le coltri, nell'attesa del trillo militaresco della vecchia sveglia della nonna.

Quel tranquillo ticchettio era l’unica certezza di risveglio per Natale, uomo dal sonno profondo e ristoratore, e quindi poco avvezzo a farsi svegliare da messaggi elettronici, discreti trilli telefonici, suadenti e metalliche voci femminili dall’inconfondibile accento giapponese.

Talvolta, se rientrava tardi, era solito appoggiare il marchingegno della nonna su un piatto dove posava alcune monete: l’effetto desiderato non era più quello di una tromba da caserma, ma quello di un reggimento di granatieri al galoppo.

Mentre, nel dormiveglia, immagini confuse, ultimi brandelli di sogno mescolati a scampoli di realtà si accavallavano nella mente, proprio mentre la figura della Teraldi, sua collega di lavoro al Ministero dei Lavori Pubblici si sovrapponeva ad alcune casette bianche, forse un villaggio vacanze pubblicizzato in televisione, il sergente sveglia diede il consueto, militaresco «Giù dalle brande!».

Con un lento ed usuale movimento del braccio schiacciò il bottone che fermava quel frastuono; la stanza ripiombò nel silenzio, anzi, quello che poco prima gli era sembrato un silenzio assoluto piano piano iniziò a tinteggiarsi di mille sfaccettature sonore: lo sciacquone di un appartamento dei piani superiori, il pianto di un neonato, rumori di stoviglie.

S’alzò e s’avviò al bagno: mentre accarezzava le guance col ronzio del rasoio elettrico, lo sguardo cadde su un foglietto con annotato un numero telefonico. Per un attimo rimase attonito, sospeso nel tempo, mentre l’immaginario computer nella sua mente andava alla ricerca del file al quale corrispondeva l’anonima sfilza di numeri. Poi, una luce s’accese da qualche parte, fra il cervelletto e l’ipotalamo: la Roma, bisognava telefonare a Michele per prenotare i biglietti del derby, altrimenti, addio Roma-Lazio del mese prossimo.

Rassicurato, per essere riuscito a ricucire ad un avvenimento uno dei molti biglietti anonimi con solo una sigla, un nome, un numero che disseminava per la casa nel tentativo di ricordarsi qualcosa di ciò che sistematicamente dimenticava, s’avviò nel piccolo vano-cucina per preparare la colazione.

«Il latte...mannaggia...il latte...non ho comprato il latte...», mormorò fra sé e sé a bassa voce poi, sconsolato, s’avvicinò al piccolo lavandino e preparò la caffettiera: pazienza, pensò, avrebbe bevuto un caffé e basta, anche se era un’abitudine che non gradiva. Il caffelatte del mattino era qualcosa che lo legava alla mamma, al paese, alla sua lontana infanzia – trascorsa fra l’Appennino Dauno e la Capitanata, gli ultimi scampoli di Molise e Foggia – una terra con tinte forti, campi di grano sconfinati, uliveti ombrosi e casette bianche abbacinate dal sole.

Si ricordò di una fetta di torta che stava invecchiando nel frigorifero, memoria di una cena fra vecchi scapoloni incalliti della settimana prima: andava proprio bene – pensò – avrebbe liberato il frigo da quell’ingombro, che lo avrebbe aiutato a addolcire una tazza di caffè nero al quale non era proprio avvezzo.

In quel momento udì il familiare gorgoglio della caffettiera e subito s’affrettò a spegnerla, aprì dunque il frigorifero per cercare il dolce: mentre spostava piatti d’avanzi, una coscetta di pollo rinsecchita, il grosso involucro del pecorino che aveva portato dal paese il mese prima, lo sguardo cadde per un istante sulla rastrelliera della porta, dove c’erano le bottiglie.

In mezzo, fra una bottiglia di salsa di pomodoro ed un fondo di moscato d’Asti dimenticato da tempo immemore, c’era un cartoccio di latte intonso, di quello che era solito acquistare nella latteria sotto casa.

Fu un misto di stupore e gioia, una benefica onda di calore che gli salì dalle viscere al cervello: ah...ma allora non me l’ero scordato – pensò – forse sono un po’ stanco...sarà meglio che diradi qualche impegno per riposarmi un po’...

Mentre apriva il latte notò sul bordo la data di scadenza 20/11: se oggi era solo il 19, doveva per forza averlo comprato il giorno prima, ma proprio non si ricordava d’esser passato in latteria anzi, la sera precedente aveva cenato fuori, una pizza con Michele e Gloria prima di recarsi al gruppo di teatro, al Testaccio.

Già, il gruppo di teatro...forse avrebbe dovuto cancellare qualche impegno dalla sua vita troppo frenetica: la palestra, le partitelle di calcio al campetto presso la chiesa, le gite organizzate dal gruppo ricreativo del Ministero...mah...certo che, se non avesse avuto quegli impegni, non avrebbe saputo proprio come riempire i lunghi pomeriggi lì, a Roma.

Se fosse stato al paese, le cose sarebbero state diverse: avrebbe avuto il tempo per curare l’oliveto e la vigna della Barrata, che dalla prematura morte di papà avevano dovuto per forza dare in affitto, e poi scendere in piazza, al bar di Nunzio per fare una goriziana con i vecchi amici, i compagni di scuola...

Invece il destino gli aveva riservato Roma, quel posto al Ministero dei Lavori Pubblici ottenuto dopo essersi classificato ventiseiesimo su cinquemila partecipanti al concorso...una bella fortuna, avevano pensato tutti al paese ed anche lui, sul principio, l’aveva pensata così. Poi, i ritmi della grande città ed il mini appartamento a Centocelle, acquistato col mutuo agevolato del Ministero, lo avevano fatto precipitare in una strana situazione: a volte, gli pareva di percorrere la vita di un altro.

Tornare al paese...a volte ci aveva pensato anzi, aveva anche fatto qualche passo, informandosi, presentando domanda per essere distaccato in qualche ufficio periferico dell’Amministrazione, ma non si faceva troppe illusioni: se un piccolo calcetto c’era stato, dodici anni prima, per entrare nello Stato ora, per entrare negli uffici distaccati di Foggia, ci sarebbe voluta una pedata così potente da sparare in orbita uno Sputnik.

Anche gli affetti erano un argomento sul quale s’abbassava raramente; preferiva volare con la mente più in alto: il teatro, la musica...aveva saputo che Rosaria s’era sposata tre anni prima con Antonio Garrano, quel ragazzo alto, di Monterrino... lo conosceva Antonio, bravo ragazzo, s’erano conosciuti al Magistrale di Foggia, anche se erano in due diverse sezioni.

D’altronde, con Rosaria era già tutto finito prima che lui partisse per Roma; l’aveva rivista in occasione del battesimo di Giada: quel giorno, in chiesa, era di una bellezza radiosa ed il leggero strabismo mediterraneo la rendeva ancora più attraente, più solare.

Punto. Mentre inzuppava la torta nel caffelatte, Natale decise che era meglio mettere un punto su quella vicenda e non pensarci più: Antonio e Rosaria vivevano al paese e mandavano avanti il distributore di benzina sulla statale per Termoli, che il padre di Antonio aveva ceduto loro. Lui invece era lì, al civico 84 interno 15 di via Lorenzo Stecchetti, poeta secondario del primo Novecento a Centocelle, Roma, e se non s’affrettava avrebbe perso l’autobus per il Ministero, quarto piano, Sezione Attribuzione Fondi Speciali, Ufficio Controllo Documentazioni. Nuovamente punto…

Magritte

Non ci dobbiamo lasciar trasportare dalle parole, dal suono delle parole.”

James Joyce, Ulisses

Un uomo ha un solo cane. Può avere più mogli, case e sogni,  ma ci sarà un solo muso di cane nella sua mente, quando chiude gli occhi e sogna, ricorda e si vede correre su un prato verde mentre gioca con il suo cane.

Non si sa bene perché, ma è così: anche i cani hanno un solo padrone, ma essi lo sanno bene e ne sono coscienti. Gli uomini no: pensano che l’appartenenza al genere umano li schiodi dall’istinto dell’unico ed irripetibile, del centro, e del punto che sta nel centro del punto del centro.

C’è allora qualcosa di epico in questo centro, d’irripetibile, quasi glorioso.

Slavonia, slavi, slava, cioè gloria, perché per gli slavi questa parola, slava, significa proprio gloria.

La semantica è però una trappola, una vera e propria sabbia mobile della comunicazione, che ci rende bravi intellettualmente a rendere significati utili ed addomesticati per tanti, stilisti e cantanti, ma che riesce infallibilmente a farci precipitare nell’inganno della ragione: sì, ho detto proprio ragione, quella che i mostri, i sogni, Rousseau, Voltaire e compagnia cantante.

Bella abiura, splendida ribellione dell’intelletto sulla ragione, timbro e firma su un decreto di condanna a morte per fucilazione alla schiena, ripudio orgoglioso di qualsiasi autocritica di fronte al Supremo Tribunale per il Controllo della Sacra Verità Illuminista, Positivista, Socialista, Comunista, Marxista-Leninista, Telefonista, Collaborazionista e Senza Svista…

Indice

Nel cuore della strega

 

 

 

 

I

pag.

2

 

II

pag.

5

 

III

pag.

13

 

IV

pag.

19

 

 

 

 

Martin

 

pag.

26

 

 

 

 

Cronache da Gerbaldo

 

pag.

33

 

 

 

 

Le terre della mamma

 

pag.

42

 

 

 

 

Buondì, Natale!

 

 

 

 

Dominante, minore, adagio

pag.

44

 

Tonica, maggiore, moderato con brio

pag.

46

 

Tonica, maggiore, andante adagio

pag.

51

 

Tonica, maggiore, sostenuto con brio

pag.

58

 

Sensibile, settima, adagio moderato

pag.

61

 

Dominante, maggiore, allegro moderato

pag.

63

 

Sensibile, settima, grave con sentimento

pag.

66

 

Dominante all’ottava, maggiore, moderato con brio

pag.

70

 

 

 

 

Magritte

 

pag.

72

 

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